Gregario, stacanovista, innovatore, avventuriero: Adam Hansen non si ferma mai.

 

 

La quarantena di Adam Hansen non è né monotona né noiosa. È inconsueta come il design della sua casetta a Frýdlant nad Ostravicí, in Repubblica Ceca, dove si era trasferito con la sua ex fidanzata. Tra tubi a vista, bottiglie di ottimo whisky e mobili di pallet, spiccano le action figures di personaggi dei fumetti come Capitan America e Iron Man. L’australiano, ispirato da Tony Stark, ha costruito nella cantina un vero laboratorio dove s’ingegna per migliorare le proprie prestazioni e la vita degli altri.

Da un lato, infatti, il trentottenne della Lotto Soudal passa il tempo «utilizzando il programma Leomo – un software per l’analisi dei movimenti – per testare le diverse posizioni in sella che non ho mai avuto il tempo di provare, in particolare per le cronometro», dilettandosi nel «creare dei lacci elettronici per le scarpe» e divertendosi «realizzando video su YouTube»; dall’altro, invece, si prodiga per aiutare il prossimo: in questo momento di stallo mondiale, Hansen è «super impegnato» e impiega il suo tempo stampando in 3D le mascherine per gli ospedali.

Lo conferma lui stesso a VeloNews. «Come sta accadendo in molti Paesi siamo a corto di mascherine e così ne ho progettata una. Le normali mascherine chirurgiche si usano solo una volta, mentre quelle in 3D sono riutilizzabili fino a nove volte. Ne ho già consegnate parecchie all’ospedale locale». L’iniziativa per sostenere medici e infermieri proviene, quasi fosse un gesto naturale, da un gregario piuttosto stravagante e da sempre abituato a collaborare per il bene comune.

©Al Hinds, Twitter

La sua natura di sostenitore di cause universali la si ritrova nel suo profilo Twitter. Il nome Adam #Vegan Hansen vi suggerisce qualcosa? La sua risposta in merito all’argomento – l’intervista è stata realizzata da GQ Magazine – appare piuttosto logica. «Per noi ciclisti professionisti durante la gara la fonte energetica primaria è costituita da carboidrati da gel o barrette energetiche. Sono tutti vegani». Appassionato di insalatone, che mangia praticamente tutti i giorni, la sua scelta è dettata sia dalla voglia di contribuire alla salvaguardia dell’ambiente sia ad un benessere psicofisico personale che lo ha portato a stabilire un primato straordinario.

«Nel corso degli anni non ho mai preso proteine ​​animali e ho fatto più grandi giri di chiunque altro». Dati alla mano, sono ventotto le grandi corse a tappe accumulate da Hansen in tredici anni di carriera. Il record che più stupisce, però, è un altro; ne sa qualcosa Marino Lejarreta, che se lo è visto strappare dalle mani dallo stacanovista australiano. Lo spagnolo, a suo tempo, era riuscito a completare tutti e tre i grandi giri in un unico anno. Lo aveva fatto per quattro anni consecutivi: un totale di dodici grandi giri portati a termine senza mai fermarsi. Adam Hansen ha abbracciato la causa, sconvolgendola.

«Ho letto uno studio che ha dimostrato che i ciclisti che hanno completato almeno un grande giro vivono cinque anni in più rispetto alla media, quindi a questo ritmo non morirò mai», scherzava nel 2015 sempre su VeloNews. Aggiungendo: «Continuerò fino a quando potrò. Mi piace questo programma di gara e voglio vedere dove mi porterà». Bisogna aspettare il 2018 e i trentasette anni per vederlo cedere. Come un cane stanco di masticare, Hansen molla l’osso.

«Questo è il mio ventesimo consecutivo e li ho finiti tutti. Ho avuto un po’ di fortuna, evitando incidenti o di ammalarmi», commentava su VeloNews al termine del Giro 2018. «È qualcosa di speciale, qualcosa che non è mai stato fatto prima. Adesso vorrei fare una pausa e godermi l’estate». Aveva rischiato di non essere alla Vuelta 2017 in quanto escluso dalla lista dei convocati. L’inaspettato infortunio del suo compagno Rafael Valls, tuttavia, gli aveva permesso di prolungare la striscia positiva di partecipazioni portandola a venti: un Guinness World Record.

©Michele Lotti, Twitter

Una differenza tra Hansen e Lejarreta, però, c’è e va sottolineata: mentre lo spagnolo lottava per la classifica generale, l’australiano di Cairns, nel Queensland, è un gregario a caccia di tappe e soprattutto di momenti indimenticabili per sé e per i tifosi. Nelle tappe più dure dei grandi giri, Adam Hansen non spicca certo per le sue doti di scalatore, ma sa comunque come mettersi in mostra. Lungo le pendenze più ripide, mentre i velocisti arrancano a bocca aperta e gli scalatori danzano sui pedali, Hansen si diverte a rimanere nel limbo, ciclista ibrido dalle doti non ben definite.

Lo fa goliardicamente, scherzando con il pubblico come un comico sul palcoscenico. Tra i vari momenti di gioco che saltano alla mente, una scena spiritosa ma poco conosciuta è quella della parrucca rosa fluo – da far invidia a Caparezza – presa in prestito da un tifoso durante l’ascesa verso Sant’Anna di Vinadio al Giro 2016. Sono invece ben impresse nella nostra testa le immagini di Hansen che pedala con una birra in mano sull’Alpe d’Huez al Tour 2013 o quelle in cui, nella cronoscalata al Monte Grappa durante il Giro 2014, scambia la sua borraccia con una lattina di birra.

Ricordarlo come “il bevitore del gruppo” non gli fa certo onore. Per tale motivo cerca di levarsi questo epiteto di dosso e lo fa con estrema eleganza. All’inizio del 2020, infatti, il team manager della Lotto Soudal aveva dichiarato di voler introdurre il divieto di bere alcool durante le corse e i training camp sia per gli atleti che per il personale. «Io non bevo, quindi non dovreste nemmeno chiedermi cosa ne penso», rispondeva ironicamente durante l’intervista all’Het Nieuwsblad. «Penso però che sia una buona cosa. Quando lavori, non dovresti bere. Se non lavori, invece, puoi fare quello che vuoi». Dopo tale uscita, scordiamoci quindi di rivedere Hansen con una bionda chiara in mano stile hooligans. Lo si vedrà magari virare su azioni da buontempone come quella orchestrata insieme al compagno di squadra Tim Wellens in occasione del Giro 2018.

Nelle prime fasi della frazione che porta a Montevergine di Mercogliano – è Carapaz a vincere, siglando così il primo successo per l’Ecuador alla Corsa Rosa -, il belga della Lotto Soudal provava a ricucire sul gruppo di testa, lasciando quello principale alle sue spalle. Nella ricostruzione personale comparsa su Cycling Weekly racconta di come si ritrovò col solo Hansen a dargli manforte. Bastò poco per intendersi: un cenno del capo e poche parole dette tra un respiro e l’altro. «Dai, proviamoci!».

©Trent Wilson, Twitter

Quando si resero conto di essere troppo lontani dagli uomini in avanscoperta, nella mente dell’australiano balenò un’idea assurda. «Andiamo a nasconderci e vediamo cosa succede». Rintanati in un parcheggio a sghignazzare, aspettarono il passaggio delle ammiraglie per poi rimettersi in strada. Raggiunto il plotone tirato dagli uomini di Yates, la maglia rosa, si dissero: «Mettiamoci in testa e vediamo che faccia fanno». In tanti la presero con filosofia, ridendo dell’accaduto. Lo stesso Svein Tuft, che si era fatto un mazzo tanto per non lasciare troppo spazio ai due, sorride pensando a quel momento. «L’ho fatto anch’io con alcuni amici in gare locali, ma mai a questo livello. Tanto di cappello».

Per architettare uno scherzo del genere devi essere un genio ed Hansen effettivamente lo è. Il suo titolo di studio lo conferma: ingegnere. Diversamente da Marco Pinotti – il cronoman azzurro è laureato in ingegneria gestionale -, Hansen è appassionato di informatica. “Stay hungry, stay foolish“, recita il motto di Steve Jobs. Se è vero che Hansen ha palesato più volte la sua pazzia, è vero anche che ha dimostrato di essere affamato: sì, di programmazione. Adam è un pirata della Silicon Valley approdato alla Lotto Soudal per portare una ventata di innovazione e tecnologia. Il software di logistica che realizza per programmare gli impegni (gare, allenamenti, voli, hotel) di tutta la formazione belga, atleti e staff, è degno del miglior nerd smanettone.

«Prima di diventare un ciclista professionista ero un programmatore specializzato in applicazioni web e dati. Quando ho visto i problemi logistici delle squadre, ho deciso di scrivere il programma per la Lotto Soudal», dichiara su Rouleur. «È molto simile a quello creato per la CPA». Per la CPA, l’associazione internazionale no-profit nata per salvaguardare gli interessi dei corridori professionisti, Hansen si è adoperato per sviluppare un applicativo per «comunicare meglio con i ciclisti», i quali così «hanno a disposizione un mezzo semplicissimo per votare in merito ad ogni questione: devono solo cliccare sulla mail». Lo stesso Gianni Bugno, presidente della CPA, si è subito dimostrato soddisfatto dell’iniziativa. «Quando Adam ci ha proposto di mettersi al nostro servizio per realizzarlo, ne siamo stati molto felici. Con il CPAOCS potremo finalmente lavorare a fianco dei corridori e dimostrare loro tutto il lavoro che la CPA porta avanti per il bene comune».

©velokicks, Twitter

Il talento informatico Hansen ha potuto coltivarlo già in giovane età tra Hong Kong e Taiwan, dove ha passato circa tre anni e mezzo della sua vita. Questa sua particolare predisposizione non è passata inosservata nemmeno in ambito universitario: è stato infatti invitato dalla James Cook University del Queensland a tenere lezione agli studenti, scendendo di sella per salire in cattedra. Tra i banchi di scuola è cresciuto coltivando il talento che gli ha permesso di diventare imprenditore di sé stesso. Qualche anno più tardi, tra un investimento immobiliare e qualche giocata con rendimenti e tassi di interesse, ha voluto dare vita ad un paio di scarpini in carbonio e kevlar che gli consentono un «risparmio di circa quarantacinque grammi a scarpa».

Al solito, sono venuti alla luce nella sua casetta isolata dal mondo. Ma ormai l’abbiamo capito, la cantina di Adam Hansen è come il laboratorio di Dexter: ci son mille diavolerie. Tra esse figura una stanza a bassa pressione che simula gli allenamenti in quota e tutta l’attrezzatura necessaria a realizzare materiale tecnico per il ciclismo; specialmente per la cronometro, una specialità che piace molto all’atleta australiano.

Per poter utilizzare in gara le sue invenzioni, che spesso fanno capolino alla vigilia di una corsa contro il tempo, il trentottenne australiano ha creato il brand Hanseeno, basato su uno slogan che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni: l’intelligenza è la capacità di adattarsi. Adam, però, non si adatta: anzi, rivoluziona e porta in gruppo le sue invenzioni. Se vi state chiedendo il perché di un nome simile, la spiegazione ve la dà Hansen stesso. Sul sito ufficiale si legge: “È un soprannome che mi avevano dato quando correvo alla HTC. Non ricordo chi me lo affibbiò, forse Mark Renshaw o George Hincapie, ma mi piaceva: così l’ho utilizzato per la mia impresa”.

Parlare di Adam Hansen è come camminare in mezzo al deserto: si perde il senso dell’orientamento e si finisce per disquisire solamente della sua vita oltre la corsa. Prima di tutto, l’australiano del Queensland è un ciclista professionista. Delle sei vittorie da professionista, solo due sono arrivate in prove del World Tour: una tappa al Giro e una alla Vuelta. In entrambi i casi gli sviluppi di corsa sono simili. Un uomo Sky che cade – in Italia era Sir Bradley Wiggins, in Spagna toccò a Dario Cataldo – e una salitella a cinque o sei chilometri dal traguardo. La differenza sostanziale è che al Giro è già in fuga e contrattacca, alla Vuelta invece si sgancia da solo dal gruppo compatto.

©Giro d’Italia, Twitter

Sul traguardo di Pescara, dov’era accompagnato solamente da una pioggia incessante, diceva a VeloNews: «Questa è la più grande vittoria della mia vita, è un giorno speciale. Domani è il mio compleanno, questo è un bel regalo che faccio a me stesso». Il riassunto della frazione spagnola, invece, preferiamo lasciarlo direttamente alle parole dello stesso Hansen. «Era una tappa molto dura. Con la salita finale molti velocisti hanno ceduto e ho pensato di fare qualcosa. Sono partito, ho resistito e quindi…sorpresa!».

Non stupisce, invece, il titolo di campione australiano nella prova a cronometro conquistato da Hansen nel 2008 e il quasi-bis nella corsa in linea, secondo alle spalle di Matthew Lloyd. La terra natale è quella dove Adam muove i primi passi in bicicletta. Il suo primo ricordo in sella è un trauma: seduto scalzo dietro a sua mamma cade a terra, il suo piede s’impiglia nel mezzo e rischia di perdere l’alluce, il quale rimane attaccato per miracolo. È la prima vera corsa della carriera, anche se il traguardo finale è l’ospedale. Da lì alla doppia vittoria al Crocodile Trophy – soprannominata la Dakar del ciclismo, è una gara che si sviluppa su più giorni, forse la più difficile del panorama della mountain bike – ne passa di acqua sotto i ponti. Hansen cresce come fa un piccolo canguro, abbandonando il marsupio della mamma per scoprire il mondo.

Arrivato in Europa con l’appellativo di Croc Man, non molla del tutto la mountain bike. La alterna insieme al trekking e allo sci di fondo negli allenamenti invernali sulle montagne attorno a casa. «È un approccio diversificato all’allenamento. Non ho mai avuto un problema alla schiena o al ginocchio, né un infortunio che non sia stato causato da una caduta», spiegava a Cyclist Magazine. «Il cross training aiuta moltissimo. Ti tiene motivato e ti allunga la carriera». Guardando al record di grandi giri corsi in successione, la motivazione sicuramente non manca. Così come non manca la voglia di mettersi in gioco. Alla domanda su un possibile quarto grande giro apparsa su Rouleur, Hansen ha risposto: «Penso che potrei correrlo, se fosse ben posizionato all’interno del calendario».

©Lotto Soudal, Twitter

Un metro e ottantacinque di altezza per zero grasso corporeo, Adam Hansen è un atleta a trecentosessanta gradi. Potrebbe scalare l’Himalaya? Probabile. Al campo base c’è già stato una volta, nel 2015, stanco di aspettare con i piedi fermi l’inizio della stagione successiva. «Ho camminato per undici giorni verso Gokyo e Cho La e poi fino al campo base dell’Everest. L’altitudine è ottima per il fitness». Nel 2019, invece, dopo aver terminato il Tour of Guangxi, è volato in Florida per cimentarsi con l’Ironman: 3860 metri a nuoto, 180 chilometri in bicicletta e una maratona come dessert. Hansen ha completato il tutto in nove ore e cinque minuti, conquistando il pass per il campionato del mondo di Kona, nelle Hawaii. «È stata una grande esperienza, ma la si può fare solo a fine stagione, quando si finisce di gareggiare su strada», scriveva su Instagram, pronto per ritornare a pedalare nel World Tour.

Nel 2020, prima di appendere temporaneamente la bici al chiodo come hanno fatto altri professionisti, Hansen aveva partecipato all’UAE Tour. Sempre vestendo i colori della Lotto Soudal, la sua squadra dal 2011, il trentottenne australiano si era ritrovato, come tutta la carovana, bloccato da una tempesta di sabbia chiamata coronavirus. Segregato in una stanza d’albergo, è stato raggiunto via Skype da VeloNews. Rilassato e tranquillo come un gatto sdraiato sul divano, non se la passava poi così male. «Abbiamo una connessione internet e il caffè, quindi la situazione potrebbe essere peggiore. Ho la mia corda per saltare, quindi sono a posto».

Adam si adatta facilmente alle circostanze che incontra, merito anche del suo bagaglio tecnico. La sua valigia, come apparso su un video realizzato da GCN durante il Tour 2016, sembra preparata da MacGyver: viti, cacciaviti, colla, radiolina, chewing gum, cubo di Rubik, pellicola trasparente e corde sono solo alcuni degli oggetti che Hansen porta con sé quando gareggia. «Ho appena finito di saltare la corda, quindi per oggi posso dire di essermi allenato», scherzava al termine dell’intervista. Ancora non poteva immaginare che lasciare l’Asia per tornare in Repubblica Ceca sarebbe stato un balzo in avanti che l’avrebbe fatto tornare al punto di partenza come nel gioco dell’oca.

©Lotto Soudal, Twitter

Quando Hansen atterra in Europa, ormai il Covid-19 è ovunque e lui si ritrova di nuovo in quarantena, isolato dal mondo come Emily Dickinson nella sua abitazione. Uomo dalle mille risorse, individua però il modo di dare una mano agli ospedali facendo quello che sa fare meglio: inventare. Nonostante la voglia di non prendersi mai troppo sul serio – le simpatiche fotografie che lo ritraggono con la faccia in un piatto di spaghetti o in una vasca da bagno con un casco in testa lo dimostrano -, Hansen si conferma un personaggio capace ancora una volta di tirar fuori un coniglio dal cilindro. «C’è una vita al di fuori del ciclismo» è una delle frasi che non smette mai di ripetere a sé stesso e ai suoi colleghi. Ancora una volta Adam Hansen lo ha dimostrato.

 

 

Foto in evidenza: ©Dave Sheerman