Suo malgrado, Adriano Malori è diventato un esempio di resistenza e tenacia.

 

 

Il ciclismo professionistico sta attraversando una fase estremamente delicata. Una generazione, quella di cui fanno parte i corridori nati nel 1990, sta lanciando segnali preoccupanti; Bardet, Aru, Dennis, Pinot, Quintana, Chaves, Dumoulin, Bouhanni: ognuno di questi sta vivendo il momento decisivo della propria carriera, in bilico tra il talento di cui dispone e gli scricchiolii fisici e mentali che ne minano l’attività. Pronti a soppiantarli sembrano i giovani rampanti che hanno monopolizzato l’attenzione negli ultimi due anni: a vent’anni un filo d’erba profuma come una rosa e gli errori pesano quanto una piuma, ma quali sono le controindicazioni di un uso così smodato di gioventù ed esuberanza?

Soltanto il tempo ce lo dirà. I ritiri prematuri di Kennaugh e Kittel hanno riaperto l’annosa questione relativa allo stress e alle pressioni che un atleta professionista deve sopportare per fare il proprio mestiere, mentre gli incidenti che hanno coinvolto Demoitié, Myngheer, Broeckx, Goolaerts e Lambrecht impongono all’ambiente una riflessione sulla sicurezza stradale e sullo stato psicofisico dei protagonisti, belli e dannati, di questo sport.

©brassynn, Flickr

Ogni giorno il ciclismo urla, sussurra e suggerisce storie: bisogna avere occhio sveglio, orecchio fino e spalle larghe perché il lieto fine non è assolutamente scontato e il dramma – spesso taciuto, come nel caso di Brajkovič – è parte integrante della quotidianità. Una storia, tuttavia, può essere uno strumento fondamentale nella ricerca della verità o della soluzione – quantomeno di una parte di esse; conoscere per capire, capire per affrontare, affrontare per risolvere. Anche per questo la vicenda di Adriano Malori rappresenta un passaggio imprescindibile per chi vuole avventurarsi nei risvolti dello sport, una serie di eventi e momenti d’importanza capitale.

La morale è preziosa anche se banale, ché semplicità e immediatezza non significano necessariamente superficialità: c’è sempre una soluzione, ci ha fatto capire Malori, e magari per trovarla bisogna guardare altrove, fare quello che nessuno crede possibile o farebbe, persino togliere il piede dall’acceleratore (guarda caso la stessa metafora che ha utilizzato Quintana all’ultima Vuelta per indicare la sua attuale priorità). Perché come ha scritto Leonardo Piccione parlando di Kittel, “Il ciclismo non educa soltanto a tenere duro, come da tradizione e retorica, a resistere con tutto quel che si ha alle avversità e alle deprivazioni. lI ciclismo educa anche a mollare, quando è il caso”.

Licenza di vincere

Adriano Malori è stato fortunato: non ha dovuto scegliere chi o cosa diventare perché il suo sogno era strettamente collegato con la realtà, e la sua passione ha finito per combaciare con la sua natura. A dieci anni pedalava con i guanti della Banesto e nelle sue preferenze alla potenza di Indurain era seguita l’autorevolezza di Armstrong; la consapevolezza di aver trovato nella cronometro la sua destinazione Malori l’ebbe nel 2004, quando partecipò ai campionati regionali.

“Per me tutto era una scoperta”, racconta oggi. “Al ciclismo mi avvicinai in maniera rocambolesca: l’ortolano del paese voleva allestire una squadra di bambini ma gliene mancava uno per raggiungere il numero minimo e ottenere la licenza. Inutile dire che quel bambino mancante fui io. I miei mi dissero che se non mi fosse piaciuto avrei potuto smettere senza problemi: ma almeno un’idea dovevo farmela”. Se l’è fatta alla svelta, Malori; in breve tempo iniziò a costruirsi anche un destino, una carriera, un nome.

Insieme a Diego Ulissi, entrambi giovani e talentuosi. ©Natalie Muir, Wikimedia Commons

Alle prove contro il tempo sono legati ovviamente i ricordi migliori e peggiori della sua carriera. Il più bello è senza dubbio la medaglia d’oro tra gli Under 23 conquistata ai campionati del mondo di Varese, nel 2008. In quel momento, Adriano Malori è il cronoman più promettente del panorama ciclistico internazionale; nella stagione dei suoi vent’anni vince la prova contro il tempo dei campionati italiani, europei e mondiali. In quest’ultima viaggia ad oltre quarantotto chilometri orari di media, distanziando Gretsch di quarantanove secondi e Meyer di oltre un minuto. La delusione più cocente, invece, arriva nella stessa manifestazione ma un anno più tardi, nel 2009. All’ultimo anno tra gli Under 23, Malori sogna di ripetersi ma viene respinto malamente: chiude al quinto posto, lontano trentasei secondi dalla medaglia d’oro di Bobridge e anticipato anche da Oliveira, Gretsch e Kittel.

Adriano Malori è già un cronoman a tutti gli effetti. Esce con la bicicletta da cronometro almeno due volte a settimana, con la quale svolge allenamenti brevi ma intensi, e soprattutto è costante; continua ad affinare le tre doti che lui stesso indica come le più importanti per chi vuole diventare un riferimento della specialità: l’abitudine allo sforzo solitario, poiché in una cronometro individuale si è soli; la capacità di spingere quando subentra l’acido lattico, perché prima o poi anche il cronoman più forte deve farci i conti; ed infine la calma, ché una prova individuale può essere anche molto lunga, e la lucidità permette di valutare lo stato delle proprie gambe, la direzione del vento, le condizioni del manto stradale, la presenza di case dietro alle quali potersi riparare. Tre qualità che gli torneranno buone nel momento più difficile della sua vita.

La permanenza di Adriano Malori nel ciclismo professionistico dura sostanzialmente sei stagioni, dal 2010 al 2015. Debutta subito al Tour de France, classificandosi ultimo a quattro ore e ventisette minuti da Alberto Contador: il risultato non è dei più incoraggianti, ma la sua crescita è repentina ed esponenziale. Un anno più tardi centra la prima vittoria tra i professionisti alla Coppi e Bartali e diventa campione italiano nelle prove contro il tempo. Nel 2012 non arrivano vittorie, ma si registrano ulteriori miglioramenti. Nel 2013 vince la sua prima breve corsa a tappe, la Bayern-Rundfahrt, e il piazzamento nelle cronometro individuali è ormai abituale. Dopo quattro stagioni alla Lampre, Malori passa alla Movistar, una squadra attenta e interessata alle prove contro il tempo: Amador e Plaza si difendono egregiamente, Valverde e Quintana devono fare il possibile per non compromettere la classifica generale nei grandi giri, Castroviejo, Dowsett, Sütterlin sono degli specialisti, Gutiérrez è stato campione spagnolo e vicecampione del mondo.

E infatti il 2014 e il 2015 sono due grandi stagioni per Malori, indubbiamente le più prolifiche della sua carriera. Vince dieci volte e i palcoscenici sono prestigiosi: Tour de San Luis, Route du Sud, campionati italiani, Circuit de la Sarthe, la cronometro che chiude la Vuelta a España 2014. E poi ci sono le due vittorie alla Tirreno-Adriatico, una per anno: nel 2014 quella di San Benedetto del Tronto, nel 2015 il prologo di Lido di Camaiore. “Quando sono passato al professionismo”, dice Malori, “avevo un obiettivo: battere Cancellara, che nel mio immaginario era succeduto ad Indurain e Armstrong”. Malori ci riesce per ben due volte: nel 2014 lo sconfigge per sei secondi, nel 2015 lo frega per un secondo appena. Dietro di loro ci sono molti dei migliori cronoman del mondo: Wiggins, Tony Martin, Dumoulin, Bodnar, Kwiatkowski, Durbridge.

L’ascesa di Malori è testimoniata anche dai progressi fatti nelle prove a cronometro dei campionati del mondo: decimo nel 2012, ottavo nel 2013, sesto nel 2014. Nel 2015, a Richmond, la medaglia d’argento che il ciclismo italiano aspettava da ventuno anni, dall’argento di Chiurato ad Agrigento nel 1994: soltanto un Kiryenka in stato di grazia riuscì a sconfiggere Malori per soli nove secondi, mentre Dumoulin, Dennis e Tony Martin s’inceppavano, arrancavano e finivano lontani più d’un minuto. Malori era contento solo in parte: aver viaggiato quasi alla stessa velocità della medaglia d’oro è motivo di vanto, ma nove secondi sono talmente pochi che ti fanno pensare a cosa puoi aver sbagliato, a dove puoi averli persi. Molto più raggiante di lui era Davide Cassani, che non esitò ad eleggere quella giornata come “la più felice da quando sono il commissario tecnico della Nazionale”. L’attesa era finita: il ciclismo italiano aveva finalmente trovato il cronoman che gli era (quasi) sempre mancato.

Padrone del proprio destino

Francisco Ventoso ricorda molto bene la quinta tappa del Tour de San Luis 2016. Adriano Malori, suo compagno di squadra, lo aveva affiancato quando al traguardo non mancava poi così tanto chiedendogli se volesse spalleggiarlo in un attacco a due durante gli ultimi dieci chilometri, un’apnea da finisseur per sparigliare le carte e testare la propria condizione. Ventoso gli dice di no, non se la sente, d’altronde è soltanto il 22 gennaio e la sua pedalata è ancora piuttosto legnosa. È il 22 gennaio anche per Malori, ma non sembra; i risultati dell’ultimo biennio lo hanno galvanizzato, fornendogli le certezze necessarie per combattere ad armi pari contro i migliori cronoman del mondo. In più, le Olimpiadi di Rio de Janeiro sembrano arrivare con un tempismo perfetto: Cassani gli ha già fatto sapere che conta su di lui per una medaglia nella prova contro il tempo. L’inverno non ha ghiacciato le giunture di Malori: nella cronosquadre che apre il Tour de San Luis, lui e Soler pilotano la Movistar al secondo posto, otto secondi appena dietro alla Quick Step.

Con Quintana al Giro d’Italia 2014. ©Sean Rowe, Flickr

Ventoso si ritrova Malori accanto un’altra volta, ma stavolta la richiesta è sostituita da una rassicurazione: ha scambiato qualche parola con Nibali in fondo al gruppo e si è messo d’accordo con lui per muoversi nelle ultime battute di gara. Poi, improvviso come il ciclismo sa essere, un rallentamento che diventa un’inchiodata, un incidente, un mucchio – di biciclette e di persone; freni che stridono, mezzi che cozzano, ammiraglie che clacsonano impazienti e gole ferite che strillano. Alla base di quella montagnola grottesca di uomini e cose c’è Adriano Malori, che fino a qualche secondo prima si trovava in testa al gruppo: lo stava tirando proprio lui, dunque la caduta l’ha innescata lui, in qualche modo.

In un tratto di pianura un gruppo raggiunge i cinquanta chilometri orari senza problemi, dunque è praticamente certo che ad un incidente avvenuto in simili circostanze corrispondano conseguenze diffusamente gravi. Anche Quintana è stato uno dei primi a rovinare a terra. Quando sposta i piedi di Malori dal suo petto, si accorge che sono rigidi e pesanti; una volta sull’asfalto rimangono fermi, inerti. Riparte, per quell’automatismo tipico dei ciclisti che li porta a riallacciare il filo con la corsa prima che esso si spezzi irrimediabilmente. Vorrebbe farlo anche Capecchi, ma non ci riesce: poco importa che vesta la maglia dell’Astana e non quella della Movistar. La sua voce è già incrinata dal pianto quando invoca la presenza di un’ambulanza che venga a raccattare Malori, supino e immobile sull’asfalto argentino.

“Non potevamo andarcene senza gustare un buon cocco”, scrive Fabio Aru nella didascalia di questa foto pubblicata su Twitter otto giorni prima dell’incidente di Malori. I due, insieme a Nibali e Agnoli, avrebbero fatto rotta verso l’Argentina dopo un sopralluogo sul percorso olimpico di Rio de Janeiro. ©Fabio Aru, Twitter

Il 2016 di Adriano Malori è diventato oggetto di un documentario che ha riscosso molto successo. In ventisei minuti vengono ripercorse le tappe di quella stagione così difficile eppure così ricca di spunti. Prima di tutto, Malori viene indotto in uno stato di coma: non è in pericolo di vita, ma per il resto il bollettino è macabro. Secondo la stampa argentina, la causa dell’incidente è da attribuire ad un aneurisma; chi era vicino a Malori, tuttavia, smentisce: la colpa è di una buca piuttosto profonda, la dinamica della caduta non è ascrivibile ad un malore. Un ematoma nella parte sinistra del cervello è il danno più ingente che l’impatto tra la testa e l’asfalto gli ha scatenato.

La parte sinistra del cervello è scollegata con la parte destra del corpo: una questione neurologica di una certa gravità, per chi come Malori deve sforzare al massimo i propri arti per eccellere nella vita di tutti i giorni. Le prime settimane passano lente a Buenos Aires: i miglioramenti sono piccoli, quasi impercettibili; Malori ha realizzato d’essere ancora vivo, ma parla a stento e solo in italiano, e i suoi riflessi sono rallentati. Il trasferimento in una clinica specializzata di Pamplona coincide con i primi sprazzi di speranza: del trasporto s’incarica la Movistar, con Eusebio Unzué in primissima linea per aiutare uno dei suoi ragazzi.

Quella di Malori è una storia di resistenza, un atto di ribellione, una reazione. I dottori gli comunicano che potrà ritenersi fortunato se riuscirà a pedalare per andare a comprare il pane o il giornale e lui, ostinato, ribatte che ritornerà in gruppo entro la fine della stagione; l’invidia che provava nei primi giorni a Pamplona se n’è andata facendo spazio all’empatia: i pazienti che fino a pochi giorni prima gli sembravano così fortunati e ben messi sono gli stessi che adesso strabuzzano gli occhi nel constatare i suoi progressi. E lui, silenzioso, li osserva, poi li conosce, infine li ispira. Quintana, Ventoso e Unzué si commuovono quando lo vanno a trovare: in Argentina parlava a malapena ed era costantemente sedato, mentre adesso non sta fermo un attimo e passa dalla palestra alla piscina come se nulla fosse.

Dall’altra parte della barricata. ©Adriano Malori, Twitter

Il 30 marzo ritorna sui rulli, il 28 aprile in strada. Malori non sta nella pelle, vorrebbe tornare in gruppo, ma il buon senso e l’esperienza dei professionisti che lo circondano glielo impediscono. La prova a cronometro dei campionati del mondo di Doha si farà senza di lui, ma rimangono delle corse alle quali può partecipare. Il rientro è fissato per il 9 settembre, giorno in cui si disputa il Gran Prix Cycliste de Quebec. Nella parte finale il documentario mostra la riunione che precede la gara. I compagni e i direttori sportivi non oserebbero mai chiedere qualcosa di specifico a Malori; anzi, lo invitano alla calma e alla sicurezza, è libero di muoversi e ritirarsi come e quando vuole. “Non preoccupatevi”, li tranquillizza Malori. “Sette mesi fa mi spostavo su una sedia a rotelle, posso avere paura di una puta carrera?”. Si defilerà dopo centotrenta chilometri, uno dei rari casi in cui chi si ritira è più felice di chi arriva e vince.

Il 2016, tuttavia, continua a riservargli delusioni. Porta a termine soltanto la prima tappa del Giro della Toscana mentre alla Milano – Torino rimane coinvolto in un’altra caduta nella quale si frattura la clavicola. Il 2017 non va meglio: Malori non si vede quasi più, non riesce a concludere le corse alle quali partecipa, il colpo di pedale non è la sola componente da ritrovare. Non è facile sentirsi a proprio agio nello stesso ambiente che gli è quasi costato la vita.

Per ufficializzare il proprio ritiro, Malori sfrutta il primo giorno di riposo del Tour de France. I suoi compagni di squadra, Quintana in testa, lo lasciano parlare e spiegare: in questo 10 luglio 2017 persino la Grande Boucle e le ambizioni della Movistar possono attendere. Adriano Malori usa frasi brevi e incisive: “Non volevo che fosse il destino a decidere per me”, “Volere è potere”, “Chi attraversa un momento delicato come il mio, adesso sa che si può superare”.

Ai giornalisti che gli chiedono come sta, Malori risponde con un sorriso amaro, ma sette mesi prima stava peggio: non era indipendente, talvolta non riusciva a farsi intendere e per andare in bagno doveva avere qualcuno accanto che lo sorreggesse. E poi gli chiedono cosa farà d’ora in poi: Malori ringrazia la Federazione Ciclistica Italiana che lo sta aiutando a formarsi come allenatore e annuncia che il suo futuro sarà quello; dall’altra parte della barricata, insomma. “E non posso dimenticarmi di Manu Mateo”, ricorda nella nostra intervista. “Ho pensato che tutto quello che sapevo, che avevo imparato e che aveva fatto parte della mia vita non poteva morire in questo modo, col mio ritiro”.

“Da oggi vedrete un Malori 2.0”, disse chiudendo il suo intervento.

Malori 2.0

Nel giugno 2018 Nalini rilascia sui suoi canali un video nel quale si vede Adriano Malori nelle vesti di testimonial che pedala e vive nelle sue zone – abita a Traversetolo, sulle colline parmensi. Il taglio è anglosassone, ma la storia è di nuovo quella di Malori: l’incidente e il ritiro, una vita nuova e qualche motto qua e là. Sono frasi che abbiamo sentito mille volte e altre mille volte sentiremo, spesso le recepiamo senza che esse smuovano realmente qualcosa, d’altronde giornali e telegiornali le utilizzano come segni d’interpunzione; ci scoccia doverlo ammettere, ma a volte ci toccano e quasi ci arrabbiamo con noi stessi quando questo succede. Dovremmo capire, invece, che ogni tanto nelle parole non va ricercata l’accuratezza o l’originalità, ma l’immediatezza e il significato di cui esse sono portatrici: anche se inflazionato, anche se strumentalizzato e strumentalizzabile. A maggior ragione se queste parole vengono da Adriano Malori, che non ha mai sventolato le sue disgrazie come un vessillo: e sì che avrebbe potuto farlo, tra giornali, riviste, televisioni e libri.

E allora c’è da credergli quando dice che non c’è orologio o automobile che valga tanto quanto mangiare una pizza con un amico o portare una rosa alla propria fidanzata; oppure quando riflette sulle sue uscite attuali: i numeri e le sensazioni non sono più un pensiero fisso, adesso sono lo sguardo e la parola ad essere privilegiati. Il mondo amatoriale è quello a cui ormai Malori appartiene senza vergognarsene. È un biomeccanico col suo studio, segue diversi amatori e sta riscuotendo un discreto successo; il progetto si chiama 58×11, “il rapporto che usavo nelle cronometro”.

Sogna di allenare i ragazzi e di riuscire a scoprirne almeno uno per poi portarlo a competere ai massimi livelli. “Ma ci vuole tempo, sono consapevole di avere ancora molto da imparare”, puntualizza. “E non mi dispiacerebbe svecchiare un po’ l’ambiente: ben vengano i tecnici storici, se hanno competenze da spendere e buoni consigli da dare, però credo che il ciclismo italiano sia un ciclismo vecchio. La bicicletta da cronometro non viene usata ancora a sufficienza, non ci sono piste dove allenarsi in un certo modo e la filosofia di fondo è ancora quella del “testa bassa e menare”. Intanto il tempo passa, il ciclismo cambia e tanti altri movimenti hanno fatto passi da gigante, mentre noi siamo ancora a vent’anni fa”.

Malori si troverebbe in difficoltà se dovesse fare un nome per la prova a cronometro dei campionati del mondo dello Yorkshire. Dice che ci sono tre o quattro corridori sullo stesso livello e che non vede un campione in grado di imporsi sugli altri. “Manca il Cancellara, tanto per intenderci: sia di personalità che di talento”. Tuttavia, la cronometro è l’esercizio che meno sembra accusare l’impasse che ciclicamente caratterizza gli altri ambiti – salite, volate, pavé; insomma, mancherà il fuoriclasse ma le note di merito non di certo: i mezzi sono sempre più all’avanguardia, le velocità e le prestazioni stupiscono ogni volta e una buona parte delle prove si giocano sul filo dei secondi – o dei millesimi di secondo.

©Otto Kristensen, Flickr

“Ci sono comunque degli aspetti che non mi vanno giù. Alcuni scalatori che trascurano la disciplina, ad esempio: ancora non hanno capito che curarla li aiuterebbe non soltanto il giorno della cronometro individuale o a squadra, bensì anche nelle tappe di pianura e nelle valli che spesso collegano due salite. Imparerebbero a gestire meglio le loro energie e ne sprecherebbero sicuramente meno, approfittandone poi lungo le salite per scattare e fare la differenza”. Nemmeno la tendenza delle cronometro tortuose lo convince: “Queste prove dovrebbero rappresentare il trionfo della velocità, della potenza, dell’aerodinamica: che senso ha proporre cronometro che vengono vinte a quarantatré chilometri orari di media? Posso capire una cronoscalata, ma questi percorsi vallonati, nervosi e pieni di curve e rilanci proprio non li capisco”.

Mentre parliamo con Adriano Malori, la Vuelta continua il suo pellegrinaggio verso Madrid. Tra vittorie, dichiarazioni controverse e tattiche discutibili, la “sua” Movistar è autentica protagonista: che idea si è fatto, da fuori? “Che stia finendo un ciclo. Ci sono alcuni corridori che sono alla Movistar da una vita, l’hanno fatta grande e resa quel che è; ma sono passati diversi anni e forse è giusto che la squadra inauguri un nuovo ciclo: non è un caso che Landa, Carapaz e Quintana vadano altrove e che la Movistar abbia ingaggiato Mas. Cos’altro vuoi dire? Valverde è un fuoriclasse ma capirai che novità, Soler è sempre andato forte ma gestirlo non è mai stato semplice”.

In rosa per un giorno al Giro d’Italia 2012. ©Giro d’Italia, Twitter

Parlare della Vuelta gli stimola nuove riflessioni: “Altro che le radioline: semmai sono i misuratori di potenza gli strumenti da eliminare. Dalle corse, ovviamente: ogni corridore, anche quello più in difficoltà, può salvarsi da una crisi grazie al supporto della tecnologia; le capacità individuali vengono meno e di conseguenza anche l’estro, la fantasia, la furbizia, la bravura nel gestire lo sforzo. I corridori sono portati a guardarli, non c’è niente da fare: è inutile sostenere il contrario”.

Con chi propone un grande giro senza prove contro il tempo, Malori non è d’accordo: “Capisco la provocazione e forse un tentativo andrebbe pure fatto, alla fine la sperimentazione non deve mai fermarsi. Ma io non ne sarei assolutamente contento: da sempre i grandi giri vivono del cronoman che guadagna in pianura e deve difendersi in salita e dello scalatore che naufraga a cronometro e attacca a più ripresa in montagna. Significherebbe rivalutare le vittorie di Indurain, cancellarle con un colpo di spugna”.

Malori ha un appuntamento con un cliente e ci sembra piuttosto felice di questo: il ciclismo amatoriale gli permette di apprendere un nuovo modo di vivere la bicicletta e le sue terre, affinando il suo mestiere e conoscendo la felicità nei volti di chi si rivolge a lui. “Li ammiro, se devo essere sincero: trovare la voglia e la passione di pedalare e migliorarsi nonostante impegni, scadenze e imprevisti quotidiani non è scontato. Poi c’è anche l’esasperazione, che non va senz’altro bene: ma quella ci sarà sempre, l’importante è saper distinguere”.

L’intervista sarebbe finita, ma a bruciapelo gli chiediamo se pensa che la sua mentalità da cronoman lo abbia aiutato a superare l’incidente e tutto quello che ne è conseguito: apprezzare la solitudine, capire che in certi momenti è necessaria, ricercare la calma e la forza dentro di sé e non necessariamente negli altri e negli eventi esterni. Sembra pensarci per la prima volta, poi risponde: dice che non ne è sicuro, ma ora che ci riflette crede proprio di sì.

 

 

Foto in evidenza: ©Giro d’Italia, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.