Un piccolo guerriero bretone sogna la gloria tra vento, fughe e sterrati

 

A Penn-ar-Bed, in Bretagna, si pensava che una volta finisse il mondo, d’altronde in bretone significa più o meno quello. In quel punto al nord del continente tutto è diverso, e i francesi quel posto lo chiamano Finistère: fine della terra. Lì, un tempo nemmeno troppo lontano, si parlava quasi esclusivamente bretone; oggi i cartelli sono bilingue e l’autostrada è gratuita per una legge antica più del ciclismo derivata da quando i carri, trainati dai cavalli, passavano per le strade senza pagare il pedaggio.

Valentin Madouas è bretone di Brest. E come ogni bretone di Brest è un guerriero ed è un ciclista. Quando è in gara sembra sempre che non ci sia un domani, e attacca. Strade Bianche 2018, lui è professionista da poche settimane. Fino al giorno prima in Toscana veniva giù la neve e lo sterrato si era ridotto a una compatta poltiglia simile all’avena. Il giorno della gara piove, il cielo è di piombo e lo sono anche le gambe dei corridori che vedono sgretolarsi speranze ed emozioni mano a mano che la gara prosegue in un orgasmo di fango e asfalto.

Madouas attacca, prende la fuga di giornata, prova a resistere sulla scia dei migliori e conclude ventesimo, più giovane al via, più giovane all’arrivo, chiude davanti a nomi che poi non sono solo nomi, ma sono anche corridori e che corridori: Van Avermaet, Lutsenko e Dumoulin.

Valentin Madouas è un guerriero, non ce lo inventiamo noi, lo definisce così il suo Direttore Sportivo alla Groupama, Marc Madiot. La Paris-Tours del 2018 cambia profilo rispetto al passato e nel finale si inventa sterrati e passaggi in mezzo a vigneti. Madouas anche qui attacca, si mette in scia ai migliori, poi arriva quinto preceduto da corridori di un certo spessore: Kragh Andersen, Terpstra, Cosnefroy e Naesen, e finendo davanti persino a Philippe Gilbert.

Il vento, che in Bretagna ulula con ferocia trasformando i paesaggi, ingrossando i muscoli e indurendo i caratteri, lo allena a sforzi intensi e lui va in fuga anche alla Paris-Bourges. Attacca da lontano, resiste al ritorno del gruppo, contrattacca di nuovo salutando la compagnia, resiste ancora e batte al fotofinish Laporte e Coquard, piombati sul traguardo addosso a Madouas con la stessa fame che hanno le onde quando sbattono sulla costa.

Valentin è figlio di Laurent, ma ciò che li unisce non è solo lo strettissimo grado di parentela. Madouas padre cercava gloria in quello che è stato l’ultimo ciclo di grandi corridori transalpini; mentre inseguiva successi personali,  Virenque, Leblanc, Jalabert e Brochard portavano a casa traguardi di grande prestigio.
Madouas figlio arriva quando la Francia si sta riprendendo un posto che conta grazie ai successi di Pinot, Alaphilippe e Démare che magari insieme a Bardet da qui a fine carriera potrebbero eguagliare o superare la generazione che andava forte negli anni ’90.

Madouas sembra un ragazzino, anzi lo è. Assomiglia più ad Antoine Griezmann che a Laurent Madouas – non ce ne voglia il padre – e ha un solo pensiero, già concordato con la squadra: attaccare.

Cioè che divide padre e figlio sono le caratteristiche tecniche, Laurent scalatore, Valentin tutto da scoprire, ma a suo agio tra sterrati, in fuga e quando c’è da battere qualcuno in uno sprint ristretto, come qualche anno fa al campionato francese dilettanti dove si mette dietro Gaudu, Cosnefroy e Gisbert. “Dovrei perdere due, tre chili per diventare forte in salita come lo era papà“, confessa ai microfoni di directvelo.

Madouas ha fantasia, è piccolino, ma tozzo. Se deve fare un nome di chi gli piace in gruppo, dice Nibali: “Impressionante, fantasioso, formidabile per come si adatta a ogni situazione in corsa.

Madouas viene accusato di menefreghismo – je-m’en-foutisme –  “Ma come potrei esserlo?” – si chiede – “mi preparo ore e ore per la corsa, sono mentalizzato verso il ciclismo“. È disordinato: una volta si dimenticò in camera, prima di una cronometro, il caschetto. A volte sembra troppo tranquillo, ma gli serve per ricaricarsi, dentro di lui si adagia lo spirito guerriero bretone e quelle energie gli servono in strada.

Valentin osserva suo padre, a volte sembra tarantolato: “Ma quando era giovane era tranquillo come me,  lo dicono i miei i nonni. Ora è così stressato perché non è lui a comandare il gioco.” L’inizio di stagione 2019 lo ha già messo in luce in Francia, ora lo si aspetta magari a un grande risultato, prima che finisca il mondo.

Foto in evidenza: ©Groupama, twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.