Poliedrico, geniale: van Schip è un corridore che fa bene al ciclismo.

 

 

In Olanda Jan-Willem van Schip è considerato una sorta di oggetto di culto. Lui non fa nulla per sottrarsi a questa dimensione e anzi alimenta, con interviste sopra le righe, un personaggio talmente caratterizzato che farebbe la fortuna di ogni narratore.

Sostiene di non avere un grande talento e che, se si trova dov’è, deve tutto alla sua cura maniacale del lavoro. Eppure, quando lo vedi in pista o su strada schiacciato sulla bici, crederesti di avere davanti uno di quelli alla van der Poel: elegante, potente, praticamente un predestinato.

Rincorre punti, giri, avversari; macina chilometri, produce scintille a ogni pedalata calato nella sua livrea arancione che a volte sembra faccia ricorso ad effetti speciali, come fosse il mostro uscito da un b-movie. Se fossi al cinema ti metteresti bello comodo sulla tua poltroncina, posto rigorosamente prenotato, pop corn in mano in attesa dei titoli di testa: Scritto, diretto e prodotto da Roger Corman. Visto che si parla di culto, daremmo in mano a lui la sceneggiatura della sua carriera.

Marijn de Vries, ex professionista e ora giornalista, sostiene che van Schip sia troppo bravo e intelligente per il mondo del ciclismo. Van Schip, da par suo, racconta che in gruppo lo guardano stranito quando si presenta con un manubrio costruito da solo e funzionale alla posizione che lui ritiene più aerodinamica. «Un giorno Boasson Hagen si è avvicinato per dirmi: “basterebbe solo andare in giro con un normale manubrio del cazzo”». E si considera una cavia perché gli piace testare nuovi gel. «Mi presento alle corse con trenta tipi di gel diversi. Se uno prende il gel A, e si trova bene, resta con quello. Io no. Se mi trovo bene con A voglio provare B, poi C, poi D e così via. I corridori seguono per filo e per segno quello che gli dice il nutrizionista e poi magari si lamentano di sentirsi vuoti nel finale. Quando glielo dico mi prendono per matto, però poi vogliono pure che gli spieghi come funziona».

Porta vistosi occhiali che gli danno un profilo intellettuale, un po’ Fignon, un po’ Zülle, e ha barba incolta; su strada, grazie a entusiasmanti finali di corsa, ha costruito sin qui una parte del suo mito. Nel 2017, alla Ronde van Drenthe, van Schip ha solamente ventidue anni. Va in fuga dall’inizio con altri due corridori. Resiste al ritorno del gruppo; nell’ultima ora di corsa nessuno gli dà un cambio, lui stacca van der Berg e poi si esibisce in una volata da pistard grazie alla quale infila negli ultimi centimetri il malcapitato Castelijns. Dieci giorni dopo vince una tappa al Tour de Normandie; è praticamente un dilettante, ma si esibisce in mezzo ai professionisti con le targhette del veterano. Batte Gaudin, uno che sfiorò il podio alla Parigi-Roubaix qualche stagione prima.

Gli piace il vento, contro o a favore non cambia molto, perché tanto influisce su di lui quanto sugli altri, e nonostante sia un pistard ama correre con la pioggia. È a suo agio nelle corse tortuose e un po’ folli, proprio come lui, e se il gruppo lo ha a tiro, la maggior parte delle volte non lo riesce a riprendere: succede ad esempio in Irlanda, all’An Post Rás. Il canovaccio è il solito, quasi ripetitivo: stereotipo del protagonista di un film a basso costo. Fuga iniziale, compagni d’avventura annichiliti dal suo passo e poi tutto solo fino al traguardo mentre da dietro si affannano per riacciuffarlo. E in Cechia, alla Okolo Jižních Čech, le cose vanno più o meno alla stessa maniera.

Nel 2018 vince una gara sugli sterrati olandesi: la Slag om Norg. Sempre fuga iniziale, sempre compagni d’avventura battuti. «Ho guidato almeno un miliardo di ore su queste strade con Taco van der Hoorn», amico e all’epoca compagno di stanza. «In camera abbiamo un poster di Graham Obree. Lui è il nostro eroe», racconta a un sito olandese.

Lo scorso anno ha interrotto un digiuno di vittorie che su strada mancava da quasi un anno. È la prima tappa del Giro del Belgio; piove, c’è vento. Va in fuga, stacca tutti e nel finale resiste al gruppo tirato dalla Deceuninck-Quick Step sopravanzando di pochi secondi Merlier e Jakobsen. Un pistard davanti a un ciclocrossista: una goduria per i fautori della multidisciplinarietà.

Quando gli chiedono che tipo di corridore è, si altera. «Non definitemi né pistard, né stradista: io sono semplicemente un corridore». Eppure è la pista dove oggi esprime meglio il suo motore. Nel mondiale di Pruszków, a inizio 2019, si unisce anche lui alla festa orange mettendo in scena una delle gare più entusiasmanti dell’intera rassegna. Domina da padrone la corsa a punti conquistando il suo primo oro mondiale. Globetrotter delle due ruote, ha vinto poco ma ovunque: Olanda, Irlanda, Francia, Turchia, Bielorussia, Repubblica Ceca, Belgio, Polonia.

Ha dato un nome al suo approccio con il ciclismo: lo chiama Progetto Kondichuri. Chi lo ferma gli domanda sempre cosa significhi e quando lui prova a spiegarlo c’è da sgranare gli occhi. «Il nome l’ho inventato io, ma non voglio svelare il suo significato. Sembra qualcosa di complicato, ma in realtà è semplicemente una serie di punti che valuto quando mi avvicino ad una corsa».

Guida una vecchia auto costata cinquecentocinquanta euro, un tempo rossa e ora con la vernice che si sta scrostando e dove al suo interno la radio legge solo le cassette. «Preferisco spendere tempo e denaro per la mia bici che guidare una BMW. Vedete, il ciclismo è fatto di energia: quella che spendi pedalando e quella che risparmi con l’aerodinamica». Questa è la sua filosofia spiccia. Se qualcuno un giorno scrivesse un film su di lui, avrebbe facilmente una storia da raccontare, e se dovesse risultare complicato trovare un titolo, qualche suggerimento da dare lui ce l’avrebbe.

 

 

Foto in evidenza: ©www.cyclingfever.com

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.