Vincere è così difficile, Hugo Hofstetter

La storia di Hugo Hofstetter, vincitore in volata a Le Samyn.

 

 

«Perché sta piangendo?», si domandavano i presenti. L’altro giorno, Hugo Hofstetter ha vinto Le Samyn, una delle tante semiclassiche che compongono il calendario belga. È stata una corsa dura e movimentata, senza dubbio. Altrimenti non l’avrebbe vinta Hofstetter, un corridore che poche settimane fa si è presentato alla sua nuova squadra, la Israel Start-Up Nation, definendosi «un combattente che ama le corse difficili ed estenuanti». Tuttavia, il livello dei partecipanti era tutto sommato modesto e Le Samyn non è esattamente la semiclassica belga più prestigiosa. E allora, daccapo: perché Hugo Hofstetter piangeva a dirotto? «Vincere è così difficile», spiegò nelle interviste di rito. «E io non sono un vincente. Per questo sono felice: perché per provare a vincere oggi ho dovuto lavorare tantissimo».

Hugo Hofstetter ha compito ventisei anni a febbraio, è professionista dal 2016 e prima dell’altro giorno, almeno tra i professionisti, aveva vinto una volta sola: nel 2018, la prima tappa del Tour de l’Ain. Eppure, valutarlo in base al numero di vittorie ottenute sarebbe un’offesa nei confronti del bel corridore che è diventato: nel 2018, ad esempio, arrivò ventiquattro volte tra i primi dieci e questa costanza gli valse il primato nella classifica individuale della Coppa di Francia e dello Europe Tour, in questo caso precedendo Ackermann. È un corridore piuttosto veloce e resistente e sulle pietre si difende bene: per questo, sogna di correre una grande Parigi-Roubaix. Tra gli Under 23 chiuse al terzo posto la Parigi-Roubaix di categoria e lo scorso anno, quella volta tra i professionisti, fu diciannovesimo: corridori come van Aert, Stuyven e Degenkolb conclusero alle sue spalle.

Niente male, comunque, per un ragazzo che ha iniziato a pedalare seguendo l’esempio di Margot, la sorella; che prima di concentrarsi sul ciclismo si è cimentato nel calcio, nella scherma, nell’atletica e perfino nella danza, dato che era iperattivo; che fino ai diciotto anni non ha avuto un allenatore degno di questo nome. Quando approdò al dilettantismo, si rese conto di due cose: la prima, andava molto piano rispetto ai coetanei e non sapeva cosa significasse allenarsi sul serio; la seconda, estremamente collegata alla prima, non aveva la minima idea di quali potessero essere i suoi limiti. Quando iniziò ad esplorarli sul serio, conobbe il gusto della vittoria, della sicurezza nei propri mezzi, del porsi degli obiettivi: e anche il gusto dello champagne, che versò personalmente ai compagni di squadra quando vinse la prova in linea del campionato francese tra i dilettanti nel 2015.

Una delle sue passioni, piuttosto evidente, è quella per i tatuaggi. Ne ha diversi: una K, che sta per “king” e per Kmoch, il cognome di Marie, la sua ragazza; un aereo e una bussola, testimonianza del fatto che nonostante tutti i viaggi non si è mai perso, ritrovando sempre la strada di casa; la data di nascita dei suoi genitori e di sua sorella in numeri romani. Se c’è una cosa in cui Hofstetter è bravo e probabilmente nessuno glielo ha mai detto, sono le dichiarazioni. Di certo non degli endecasillabi, intendiamoci: qualcosa in più della frase fatta, ecco. Definisce la bicicletta «il suo strumento musicale»; il consiglio che darebbe a un giovane è «se vuoi, puoi»; un altro tatuaggio, che recita “la volontà porta alla realizzazione dei nostri sogni, la fede ci aiuta a mantenere la speranza, il tempo è l’unico limite per realizzarli”. Quando gli chiesero «cos’è per te il ciclismo?», rispose «la vita»; quando gli domandarono «e allora, cos’è per te la vita?», rispose «il ciclismo». «Il ciclismo mi ha dato dei valori, una strada, rigore e disciplina», spiegava nel 2018 . «Mi ha fatto diventare un uomo, mi ha reso indipendente, mi ha permesso di comprare la casa nella quale vivo: cosa sarei io, oggi, senza il ciclismo?».

Dopo quattro stagioni alla Cofidis, Hugo Hofstetter ha deciso di cambiare aria e approdare alla Israel Start-Up Nation, la prima squadra israeliana a far parte del World Tour. «È un progetto elettrizzante e io ho cambiato squadra proprio per questo: per rimettermi in gioco e competere con velocisti come Cimolai e Greipel». Nell’attesa di debuttare al Tour de France e di strappare la prima convocazione per un’edizione dei campionati del mondo. Hofstetter vuole continuare a cercare il successo in questa primavera. I presupposti ci sono tutti: due giorni prima di vincere a Le Samyn, aveva concluso al sesto posto la Kuurne-Bruxelles-Kuurne. Tuttavia, è dal successo a Le Samyn che Hofstetter deve ripartire: dal pianto liberatorio, dai complimenti ricevuti da Sénéchal e Declercq, dal bicchiere di birra con cui l’organizzazione premia sul podio i primi tre classificati. E dalle parole di Marie, la sua ragazza, che dopo la vittoria deve aver chiamato Hugo per ringraziarlo di cuore: con la vittoria, le aveva fatto il miglior regalo di compleanno che potesse immaginare.

 

 

Foto in evidenza: ©Le Village Cycliste, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.