La Bretagna è il suo regno e vive il ciclismo con frugalità.

 

Se Warren Barguil non fosse un ciclista professionista, venderebbe automobili. Passione bruciante (l’altra è la pesca), la macchina dei sogni è la Ferrari GTO: da qualche giorno, tra l’altro, auto più cara di sempre, dato che è stata acquistata per la modica cifra di settanta milioni di dollari. Lo sportivo preferito non può che essere Michael Schumacher. Warren Barguil, come detto, venderebbe automobili se non fosse un ciclista professionista. Lo è, appunto: e anche piuttosto bravo, a voler essere sinceri.

La carriera del bretone si può facilmente riassumere in una manciata di righe: Tour de l’Avenir, due tappe alla Vuelta al primo anno da professionista, una serie infinita di piazzamenti tra corse a tappe e classiche e, infine, le due frazioni (quasi tre, quando Urán lo frega a Chambéry se ne accorge solo il fotofinish) e la maglia a pois al Tour de France 2017. La stagione, e in generale l’avventura alla Sunweb, non è finita bene: cacciato dalla Vuelta al termine della settima frazione per non aver aspettato e favorito il rientro in gruppo di Kelderman, il capitano designato, vittima di una foratura. Il contratto con la Fortuneo, Barguil lo aveva già firmato qualche settimana prima.

E’ un corridore diverso, originale, sanguigno. Warren Barguil è un tipo coerente: fa combaciare parole e fatti, intenzioni e azioni, aspettative e realtà. Fa ciò che dice, annuncia ciò che farà poi. Ha una lingua lunga e tagliente, mossa dal sentimento più puro: la sincerità. Racconta che puntando alle classifiche generali non si divertiva più, doveva dar retta a direttori terribilmente impauriti di prendere l’iniziativa: è per questo che il suo ciclista preferito è Contador, che attaccava nonostante fosse già primo, nonostante le buone doti da cronoman di cui disponeva gli avrebbero concesso perfino il privilegio dell’attesa.

La vita del bretone cambia improvvisamente nel gennaio 2016, quando viene investito nel ritiro spagnolo di Calpe insieme ad altri compagni di squadra. Degenkolb rischia un dito, Haga la vita. Da quel momento in poi, Barguil molla gli ormeggi di una barca tentata ormai da anni dal mare aperto. Dice che per attaccare al Tour serve prima il coraggio e poi tutto il resto, che ha scelto la Fortuneo per una questione di tranquillità, serenità e libertà, e che le cronometro per lui non hanno molto senso: bloccano la corsa, gli specialisti in montagna si accontentano e lo spettacolo va a farsi benedire. “Un Tour de France senza prove contro il tempo? Sarebbe bellissimo”, ha dichiarato a Cyclingnews. “Chissà se un giorno…”.

Il 2018 di Barguil, almeno fino ad oggi, è stato “schifoso”, come lo ha definito lui stesso negli ultimi giorni: qualche acciacco di troppo nei primi mesi della stagione ai quali si è sommato un lutto familiare. Tra Delfinato e Tour de France, il bretone spera di ritrovare la vera versione di se stesso. E se non dovesse andar bene, nessun tragedia. “Ormai ho capito come funziona: non può essere solo ciclismo. Ho una vita, e se anche questo mondo dovesse scomparire nel giro di uno o due anni, beh, poco male”. Si rifugerebbe nella sua pacata semplicità, fatta di frammenti memorabili: un pezzo di Ed Sheeran, un libro di Laurent Gounelle, un pomeriggio in famiglia. Dove? “In Bretagna, ovviamente”, aggiunge con un sorriso Barguil. “La mia nazione”, si affretta a precisare.

 

 

Foto in evidenza: ©filip bossuyt 

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.