Il cuore sempre asciutto di Warren Barguil

Dalla Bretagna alle salite, Warren Barguil vive il ciclismo come un marinaio.

 

 

Poupou, Jaja, Chacha, Wawa: sembra una filastrocca, uno scioglilingua, e invece è come si divertono i francesi a chiamare alcuni dei loro idoli in bicicletta. Automobili, pesca, pattini a rotelle, scalate, tappe di montagna, maglia a pois o da campione nazionale: sembrano termini buttati a casaccio, ma sono invece alcune delle parole chiave che servono a raccontare Warren Barguil.

Carattere particolare, lingua tagliente, pensieri che scorrono veloci, a volte chirurgici, che lui non ha problemi ad esprimere ad alta voce. Wawa è schietto, chiaro, sempre sorridente; ha toccato momenti di celebrità soprattutto dopo aver vinto una tappa in salita al Tour de France il 14 luglio del 2017, e dai francesi per qualche tempo è stato considerato una specie di leggenda – tanto che dalle sue parti, la Bretagna, si parlò di Wawamania.

Ouest-France, quotidiano francese che copre le notizie dell’ovest della Francia, attaccava il pezzo dedicato al giorno del rientro di Barguil a Hennebont scrivendo: “Le retour du héros“, il ritorno dell’eroe. Era la dimensione in cui si calò per un tempo breve come quello dei re, Warren Barguil, corridore del quale non si è ancora riusciti ad intuire il potenziale.

Eppure non bisognerebbe starci troppo dietro e diventare matti. Barguil si gioca bene le sue carte, è atleta valido, non un primo della classe; è un buon corridore, mai così eccellente da poter vincere una grande corsa a tappe. Capace di dare spettacolo in salita, di accendersi di colpo, di non aver paura di attaccare, ma allo stesso tempo ben conscio dei propri limiti. Un combattente, più che un gigante. Il problema per lui è stato quando risuonò l’eco di quel Tour de France; una cassa che amplificò ciò che aveva raccolto fino ad allora: la vittoria al Tour de l’Avenir nel 2012, le due tappe alla Vuelta nel 2013, l’ottavo posto in classifica l’anno dopo. Dopo i due successi in Francia nel 2017, su Wawa gli elogi e le speranze si sono sprecati per diverso tempo.

Ricordi

©Mihai Simion, Twitter

In Francia c’era fermento, in realtà c’è sempre stato e sempre ci sarà, ma quel 2017 attorno a Barguil era vissuto con qualche palpitazione in più. Ora sembra così lontano rispetto alle pagine che scorrono sotto i nostri occhi, o alle giustificazioni che stiamo provando a dare per capire perché uno che da ragazzo volava e valeva Pinot e Bardet, sia poi finito (quasi) sempre nella loro ombra. Corridori che sono espressione di una generazione transalpina che dal 1990 al 1992 – Barguil è del 1991 – ha tenuto a battesimo anche Démare, Alaphilippe, Bouhanni.

Ha poco più di venticinque anni, Barguil, quando chiude ottavo alla Parigi-Nizza, poi sesto nell’interminabile volata di gruppo sul Mur de Huy alla Freccia Vallone e decimo al Tour de France due mesi dopo essersi fratturato il bacino al Tour de Romandie. La Grande Boucle sarà la sua seconda corsa dopo quell’incidente. Barguil molla gli ormeggi come quel marinaio che non demorde, prenderà il largo nonostante le mani ferite, il volto tagliato dall’arsura e dalla salsedine, le delusioni in mare, le ossa fradice. A tratti dominante in salita nella sua maglia a pois rossi del Tour, il suo muoversi dal gruppo risulterà uno dei pochi monologhi ascoltabili all’interno di un’opera da sbadiglio come fu la corsa vinta da Froome.

A Foix e sull’Izoard i due successi: il primo in quel 14 luglio, festa nazionale; il secondo su una delle salite simbolo del ciclismo. Pochi giorni prima, però, Urán compiva la sua vendetta perfetta – e il filo del discorso ci spinge a mettere l’accento su quel finale di corsa e capire perché vendetta. Si arriva a Chambéry, in mezzo alle montagne dello Jura, uno di quei momenti – sempre più rari al Tour – riconcilianti, dopo tutte quelle ore passate davanti al televisore ad aspettare una bella tappa di ciclismo.

Wawa era ancora nella sua divisa bianconera Sunweb che lo faceva somigliare a un fantino in Piazza del Campo, quando passò davanti a tutti sul Mont du Chat, ultima salita di giornata: solo al termine di quella tappa vestirà la maglia a pois per poi tenerla fino a Parigi. Poco dietro di lui scollina il gruppo dei migliori, che in discesa lo riprende grazie alle folli traiettorie impostate da Bardet. In sei si giocano lo sprint e non sono corridori qualunque: ci sono ovviamente Barguil e Bardet, c’è Aru, c’è Froome, Fuglsang e poi Urán; dovevano esserci anche Daniel Martin e Porte, ma le loro speranze si erano infrante nell’ultima discesa; c’è quel chiasso abituale che fanno i francesi al Tour, un frastuono da stadio già quando si tratta di situazioni normali di corsa e quindi figurarsi: apriti cielo se hanno davanti due dei loro corridori più attesi.

Barguil vince lo sprint, o almeno così sembra: ci inganna e si inganna, inganna tutti, anche i tifosi in strada e a casa, nei bar, nei camper. Alza le mani ed esulta. Il fotofinish decreta il successo di Urán, che quattro anni prima si era visto soffiare il successo alla Vuelta in uno sprint a due proprio da quel ragazzino con gli occhi vispi arrivato dalla Bretagna. Verdetto giunto sempre dopo la decisione di un fotofinish, strumento razionalmente crudele al quale se potessimo metteremo un cuore, al quale sussurreremmo se si potesse: “dai, per favore, ripensaci, non fare così”. Era la Vuelta di Nibali e Horner, fu anche la Vuelta di Barguil, neoprofessionista, che dopo aver vinto il Tour de l’Avenir l’anno prima dichiarò i suoi intenti anche nel ciclismo dei grandi.

Ma tornando al Tour de France del 2017, Barguil seppe riprendersi dalla beffa di Chambéry; scalpitava e vinse due tappe pregne di sciovinismo, degne di ciò che fa impazzire i francesi a luglio. Negli anni, però, tutto andò diversamente: vuoi per carattere, vuoi per quell’ambizione che a lui non è mai mancata, ma che non rispondeva alle aspettative altrui. Per Barguil il ciclismo è sempre stato la ricerca di un equilibrio, una carriera interpretata senza strafare, ma sempre lasciando un certo margine tra l’esasperazione del mestiere del ciclista e la soddisfazione di restare un ottimo corridore alla ricerca di sé stesso, di una famiglia, di divertimento; esegeta alla ricerca di significati mai scontati e così fiero delle sue contraddizioni.

La volpe e l’uva

©filip bossuyt

Se scavi a fondo, Barguil non è poi tanto diverso da come lo vedi in bicicletta: sincero, estroso, sorridente, non fa nulla per nascondersi. Lo hanno chiamato predestinato e incostante, si è sentito ripetere di tutto, ma quel tutto se lo è fatto scivolare addosso. È riflessivo, atipico nel suo andare in fuga; su di lui si scommetteva a occhi chiusi come vincitore di un grande giro. A un certo punto, però, ha capito quanto fosse meglio fuggire, piuttosto che restare a guardare il mondo mentre ti sbatte le sue sentenze in faccia. «La vita non è un videogioco in cui puoi avere diverse chance, ne hai una e basta e devi giocartela meglio possibile», racconta lui, che di videogiochi è sempre stato appassionato. E allora meglio stare accorti che seguire passivamente; meglio una maglia a pois e un premio di supercombattivo che un decimo posto al Tour. La volpe e l’uva? Forse, ma non è la difficoltà di vincere il Tour che gli fa cambiare idea.

È il grave incidente del 2016 che scompagina il suo destino. Il suo e quello di altri compagni di squadra. Si stavano allenando a Calpe, al caldo della Spagna, quando una macchina che arrivava in senso contrario li investì: Barguil, Degenkolb, Haga, Sinkeldam, Ludvigsson e Walscheid presi in pieno e travolti. Per lui frattura della mano, agli altri andò anche peggio. «Da lì ho capito che il ciclismo non è tutto e ho iniziato a darmi altre priorità». Come per esempio andare in fuga, smettere di pedalare ossessionato da una classifica generale, fare quello che facilmente si identifica in due sole parole: dare spettacolo. «Mi piacerebbe far capire alla gente quanto il ciclismo possa essere divertente»; e per farlo, sostiene, bisognerebbe dare meno importanza alle cronometro, esercizio che gli è sempre rimasto indigesto. Oppure non dare credito ai potenziometri: «A chi segue il ciclismo, tutto questo discutere sui watt e sui misuratori di potenza non interessa», raccontava al termine delle sue due vittorie di tappa al Tour.

E il suo manifesto lo scrive quando pedala in gruppo, osservando sé stesso mentre gli altri osservano lui, perché sanno che prima o poi proverà a scattare in salita. Quando non accade, oppure quando lo vedi con la lingua lunga di lato affaticato senza speranze come nel 2018, ti chiedi che sta succedendo, a che minuto del film sono arrivato. «Un anno schifoso», lo ha definito lui.

E le cose non vanno meglio nel 2019, con la parentesi di quello sprint vincente al campionato nazionale. Ancora una volta una questione di millimetri gli dà la possibilità di esultare: vestirà così la maglia di campione francese e stavolta non c’è fotofinish senz’anima a inchiodarlo. Al Tour, poche settimane dopo, lo ritrovi invece privato della brillantezza necessaria: più che un corallo un candiru, un pesce che nessuno si sognerebbe mai di pescare. Alla fine della festa arriva decimo, ma non è mai stato quello l’abito che voleva indossare.

Preso a cazzotti

©Team Arkéa Samsic, Twitter

Se tempo fa il suo idolo era Contador perché attaccava anche quando non ne aveva bisogno, ora Barguil è maturo e degli idoli fa a meno; piuttosto quando può si prende a cazzotti con Bouhanni e Quintana, ma chiariamo subito: era uno scherzo organizzato dalla sua squadra. Arrivati in ritiro con la rinnovata Arkéa Samsic, squadra che ambisce ad un importante salto di qualità acquistando nomi di peso da affiancare a quelli già presenti, i tre hanno inscenato qualche tiro di boxe: d’altronde Quintana-Barguil suona benissimo, come fosse un match tra pesi leggeri. «Non ho intenzione di cambiare sport», racconta sulle colonne di Rouleur, «e soprattutto non ci penserei proprio a sfidare Nacer». Anche perché Barguil è così leggero che Bouhanni lo stenderebbe alla prima ripresa, senza bisogno di pugni fantasma o sospetti di combine.

Barguil è uno che filosoficamente sta bene in gruppo solo perché sa che prima o poi partirà la fuga, lui che ora rinnega le classifiche generali – «ci vuole troppa concentrazione, anche se magari alla Vuelta ci posso riprovare». Un’acciughina sotto sale che raggiunge la soddisfazione con una maglia a pois, una tappa vinta il giorno della presa della Bastiglia o scegliendo di passare dal World Tour a un team Professional per correre un calendario più adeguato, sentire meno pressione, passare più tempo in Francia – della quale, nonostante si proclami orgogliosamente bretone, veste la maglia di campione nazionale dal 2019. «Dite che sarò il campione francese nella storia che porterà più a lungo il tricolore? Io dico che sarò quello che avrà corso di meno con questa maglia».

È stato aspramente criticato quando fece quel passo indietro da una squadra in costante crescita come la Sunweb, dove stava rilanciando una carriera che però a un certo punto sembrava quella di un marinaio alle prese con il pesce più grande del mondo, quello che lo trascina in lungo e in largo, che alla fine lo porta un po’ troppo lontano dalla riva. Voleva una squadra su misura, un ambiente più familiare. «Un po’ alla volta mi guardavo intorno e vedevo sparire tutte le persone a cui ero più legato: Sinkeldam, Degenkolb, de Koert, Ludvigsson». Da lì la scelta di andare a correre con la Fortuneo – poi diventata Arkéa. Quasi come se potesse nuovamente urlare “terra in vista!” con tutto il fiato possibile.

Maree

E nel 2020, con la maglia di campione francese, ha disputato corse ufficiali solo lungo le strade di casa, fino alla caduta con squalifica alla Parigi-Nizza. Lo scorso anno, sempre in quella corsa, cadde e si fratturò due vertebre cervicali: questa volta immagini altrettanto drammatiche, ma se la cava con una multa e l’esclusione dalla gara. Poi arriva lo stop per tutti. Durante la pausa, allora, Barguil si scopre cuoco: prepara dolci di ogni genere e soprattutto crêpes; pedala sui rulli e ha potuto passare più tempo del solito con moglie e figlio; divora libri di Laurent Gounelle e Marc Lévy. «A scuola leggevo poco, ora sto diventando un avido lettore». Si è persino messo col piccone sotto l’arsura a sistemare il giardino perché non aveva mai visto così tanto sole in Bretagna. Un posto famoso per il suo cielo sempre grigio, una zona che, per come la vedono loro, tempra gli essere umani a furia di gettare piombo sulla loro testa.

Barguil un po’ si illude per rimanere sempre sé stesso, smette di scavare a fondo e allora riemerge in superficie; sogna una Ferrari (possibilmente GTO) da tenere in garage, ma la vorrebbe anche vincente in pista, mentre Michael Schumacher resta il suo sportivo preferito. E se gli chiedono chi è il più forte pescatore del gruppo nomina Pinot, anche se riconosce che in quanto a pesca il gruppo ciclistico se la cava abbastanza bene. «Pesco da quando sono ragazzino: prima dagli scogli, poi in barca sull’Atlantico, ma al momento fin lì non ci posso arrivare», dichiarava durante il lockdown.

Più che sognare balene bianche o cavalli da corsa, sogna di disputare ancora grandi Tour de France; ci diventa matto come matti diventano i suoi (tanti) tifosi nel vederlo saltellare sulla bici mentre attacca e va in fuga da quel sé stesso chiuso in gruppo che cerca un inutile piazzamento in classifica generale. Consapevole che quando si fa sera e si rientra nei ranghi potrà di nuovo scaldare il suo cuore come fa un marinaio. «Il cuore del marinaio è sempre all’asciutto, a scaldarsi intorno al fuoco. Il marinaio non ama il mare: ci lavora e lo teme. Sogna di avere sempre la terra sotto i piedi, ricorda gli aromi, i volti e i sapori di casa». Era Fabrizio De André, ma è un concetto che va bene anche per Barguil.

 

 

Foto in evidenza: ©Team Arkéa Samsic, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.