Dopo cinque stagioni alla Sky, Wouter Poels vuole mettersi in proprio.

 

 

Un abbraccio, un ringraziamento, una mano alzata in segno di trionfo, una pacca sulla spalla: questi sono i gesti che hanno suggellato buona parte dei successi di Chris Froome e il mittente/destinatario di questi è stato uno dei suoi gregari più preziosi, ovvero Wouter Poels. Che la maglia fosse gialla, rosa o rossa, che il traguardo fosse posto a Parigi, Roma o Madrid, nelle vicinanza di Froome c’era Poels pronto a congratularsi con lui. E viceversa, anche: Froome gli deve molto. Poels, oltre a essere stato uno dei compagni più apprezzati da Froome per la sua simpatia, si è rivelato anche dannatamente forte: incostante, talvolta, ma capace di prestazioni sontuose. Al Giro d’Italia 2018, ad esempio, fu dodicesimo; alla Vuelta a España 2017 fece ancora meglio: sesto, davanti a capitani del calibro di Woods, Miguel Ángel López, Kruijswijk, Chaves, Aru, Bardet. Oppure al Tour de France 2015, scalando l’Alpe d’Huez, la salita preferita di Poels: Quintana aveva violentemente accelerato e Froome, fine conoscitore dei suoi limiti, fu costretto a dire a Poels di rallentare, dato che stava andando così forte da rischiare di mandarlo in crisi. Diverse stagioni passate così: pilotando, rifornendo, assistendo, regolando, domandando, informando. «Farlo per un amico come Chris, tuttavia, è un piacere», spiegò Poels una volta. «Se non fossimo legati da una profonda amicizia, non so se sarei in grado di rendere nella stessa maniera».

Eppure Poels non era diventato un ciclista professionista per assistere gli altri. Questo, in fondo, era il succo del discorso che ripeteva a Norbert, il fratello: anch’egli sognava di diventare un professionista, ma non eccellendo in nessun ambito avrebbe finito per diventare un gregario a vent’anni. Poels, al contrario, lo è diventato col tempo: scegliendo squadre di primo piano come la Quick-Step e il Team Sky, ad esempio; anteponendo un ingaggio succulento e delle responsabilità importanti ma tutto sommato gestibili, anche; infine, non riuscendo a dimenticare del tutto il terribile incidente di cui rimase vittima durante il Tour de France 2012: danni a milza, rene, polmone e tre costole rotte in quello che viene ricordato come il “massacro di Metz”. Norbert, alla fine, non è diventato un ciclista professionista. Vive ancora in Olanda con la sua famiglia, così da poter assistere anche i suoi genitori. Il padre dei Poels, Henk, chiese l’eutanasia dopo una lunga battaglia col cancro e se ne andò prima che suo figlio cogliesse le soddisfazioni più belle della sua carriera: ci ripensa ancora oggi, Wouter Poels, e fa fatica ad accettarlo. La madre dei Poels, invece, è ancora viva ma lotta quotidianamente con la sclerosi multipla: ogni volta che torna in Olanda, Poels rimane a dormire da lei.

©femke roosma, Twitter

Se giudicare le scelte private e professionali di una persona è talmente complicato da risultare retorico e di cattivo gusto, quello su cui possiamo soffermarci sono i fatti: e questi dicono che, nonostante tutto, i suoi anni al Team Sky Poels se li è goduti alla grande. Non sempre, è vero: si è visto recapitare sputi, piscio e diti medi anche da parte di bambini e questo non si dimentica. Per tutto il resto, comunque, è stato un bell’accontentarsi: un certo tenore di vita, un’organizzazione impeccabile, un appartamento a Monaco. Col premio del Tour de France 2015, il primo vinto col Team Sky, Poels sistemò definitivamente il giardino di casa sua. Se volesse trascorrere un po’ di tempo con una personalità extraciclistica piuttosto famosa, gli basterebbe girare l’angolo e presentarsi a Max Verstappen, uno dei piloti di Formula Uno del momento. E adesso Poels non è nemmeno più solo: con lui vive la sua fidanzata, conosciuta perché impiegata nel marketing del Team Sky. «Prima vinci una corsa», gli rispose quando lui si fece avanti; detto fatto: il giorno dopo Poels trionfò nell’arrivo in salita del Tour of Britain battendo Alaphilippe. La vita monegasca, comunque, non ha mai obnubilato le facoltà di Poels. Possedeva anche un’automobile sportiva, ma decise di chiudere col lusso quando gli venne revocata la patente a causa di un limite non rispettato. Non sapendo come rientrare a casa, Poels fu costretto a chiamare in commissariato un taxista d’eccezione: Geraint Thomas.

Il motivo che ha portato Wouter Poels a lasciare il Team INEOS per la Bahrain-McLaren, non che ci voglia molto a intuirlo, lo ha rivelato lui stesso nelle interviste più recenti. «Vincere è bello, ma non sentivo più le emozioni d’un tempo», ha spiegato. «E poi mi sentivo troppo bloccato nelle gerarchie: voglio più libertà, voglio provare a mettermi in proprio e provare a vincere una tappa al Tour de France e al Giro d’Italia». Così farebbe filotto con quella vinta alla Vuelta a España nel 2011, quand’era ancora uno scalatore di belle speranze che correva nella Vacansoleil. Perché no, provare a bissare il trionfo alla Liegi-Bastogne-Liegi. L’edizione che vinse, era il 2016, fu la più dura e incerta delle ultime. Si preparò alla perfezione: ogni giorno andava su YouTube e rivedeva i chilometri finali delle precedenti edizioni, così da non farsi trovare impreparato. L’ultimo olandese ad aver vinto la Liegi-Bastogne-Liegi fu Adrie van der Poel nel 1988, per dire. Quel giorno, dopo le premiazioni e le interviste di rito e prima di abbandonarsi all’euforia, Wouter Poels pensò a suo padre e a sua madre: in sostanza, a tutto quello che aveva dovuto sopportare e superare per arrivare lì dov’era.

 

 

Foto in evidenza: ©La Guia del Ciclismo, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.