Breve ritratto di uno dei pochi gregari del gruppo che sa vincere.

 

Yves Lampaert ha due soprannomi. Il primo è “bull of Ingelmunster”, dove bull sta per toro e Ingelmunster sta per il luogo in cui il belga è nato e cresciuto. Glielo dà un amico perché quando lo vede pedalare per Izegem è costantemente al massimo, pronto a caricare qualsiasi cosa gli si pari davanti. Nei dintorni tanto pavé, gli tornerà utile e ironicamente congeniale, anche se per undici anni si dedica al judo: cintura nera.

Il secondo soprannome è “John Deere”: no, non è un attore americano al quale Lampaert assomiglia, bensì un famoso marchio di trattori. I suoi hanno una fattoria e lui, quando c’era bisogno, non si è mai tirato indietro. Insomma, che sia toro o trattore il destino è segnato: tirare, scalpitare, faticare, aiutare.

La terra impone umiltà ma è un’insegnante preziosa. Esige sacrificio e pazienza, ma chi semina in silenzio ha il pranzo assicurato. La prima vittoria di un certo peso per Lampaert arriva nel 2017: è la Dwars door Vlaanderen. Nonostante i quasi ventisei anni, al belga non viene in mente di puntare i piedi. Se ne rimane in disparte, consapevole dei suoi mezzi e che quella è stata una fortunata libera uscita. Dopodiché, tocca tornare a lavorare per i capitani. Dice che quello, almeno per ora, è il suo ruolo. Che ha tanto da imparare e che per altri due anni la situazioni non cambierà. Quei famosi due anni scadono in questi giorni e i rintocchi della campana si fanno insistenti. Nel mezzo, una tappa alla Vuelta (con annessa maglia rossa), il secondo successo consecutivo alla Dwars door Vlaanderen e il campionato belga. Nel 2016 saltò l’intera campagna del Nord: sono le sue corse, ma un carrello piovutogli sul tallone mentre faceva spese con la fidanzata rovinò tutto. L’anno prima, nel 2015, fu settimo alla Parigi-Roubaix.

Di Yves Lampaert si dice sia un ragazzo emotivo. Non debole, tutt’altro che fragile: che non ha paura di emozionarsi, ecco. Dopo il primo successo alla Dwars door Vlaanderen, Patrick Lefevere affermò sicuro: “Conoscendolo, ai meno tre dall’arrivo avrà iniziato a piangere”. Il compagno preferito è Pieter Serry, il più simpatico: “se dovessi rimanere per un mese su un’isola deserta, mi porterei dietro lui”. L’idolo, però, è un altro: Tom Boonen.

La prima volta che i due pedalarono nello stesso gruppo di professionisti, lo sapeva soltanto Yves, a quei tempi ancora nella Topsport Vlaanderen. Colleghi e rivali, un destino in comune. Lampaert, però, fu categorico con se stesso: non avvicinarti troppo a lui, altrimenti scoppi a piangere e fai la figura del poppante. Un paio di stagioni più tardi diventarono compagni di squadra. Nessun pianto, però. Quando i due si trovarono accanto, sembra che Yves avesse il sorriso più spontaneo del mondo.

 

Foto in evidenza: ©Dwars dr Vlaanderen, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.