Žiga Jerman, il fratello di Tadej Pogačar

Roglič, Pogačar, Mohorič, Mezgec, ma alle loro spalle cresce anche Žiga Jerman.

 

Quando Žiga Jerman venne al mondo, nel 1998, la Française des Jeux stava per affrontare la sua seconda stagione. In organico c’erano corridori che avevano già realizzato grandi cose in passato, seppure in altre squadre, come Berzin o Gianetti; corridori francesi che via via si sarebbero affermati proprio con la struttura creata da Marc Madiot e che dalla scorsa stagione – nella sua formazione Continental – ospita proprio il piccolo corridore sloveno. All’epoca, si diceva, a rappresentare la squadra francese vi erano anche Guesdon, Heulot, i fratelli Nazon, Magnien, Mengin; un giovanissimo Jimmy Casper e un decisamente meno giovane Chris Horner, che impiegherà altri quindici anni prima di vincere la corsa più importante della sua carriera; un australiano promettente, McGee, e persino un anglotoscano, Maximilian Sciandri.

Žiga Jerman aveva pochi giorni quando Chris Boardman vinse per la terza e ultima volta, in cinque anni, il prologo del Tour, indossando la maglia gialla; un mese esatto, invece, aveva Jerman quando Pantani vinse la tappa che da Grenoble portava a Les Deux Alpes e sulla quale ci sembra tuttavia superfluo soffermarci.

©La Conti Groupama-FDJ, Twitter

Žiga Jerman non era ancora nato quando la Slovenia ottenne l’indipendenza. Non sarebbe stato nemmeno un lontano pensiero nella mente dei suoi genitori. Quando decise di diventare ciclista, invece, di anni ne aveva dieci. Nel ciclismo non era ancora scoppiato la bufera su Armstrong, l’Italia conquistava il terzo titolo mondiale su strada di fila, Boonen e Cancellara si sfidavano, incrociandosi – ahinoi – troppe poche volte sulle strade delle classiche del Nord.

Suo padre, all’inizio, gli ripeteva che non avrebbe mai sfondato in quel mestiere: troppo pigro, sosteneva, guardandolo fisso in quei profondissimi occhi blu. Ogni volta che Žiga provava a fare qualche sport, infatti, di punto in bianco si stufava. Durava un anno, che fosse basket o judo, e poi lentamente si faceva attrarre da qualcos’altro. Riusciva a diventare il più grande appassionato di qualcosa per un brevissimo periodo di tempo e questa cosa faceva diventare matti i suoi genitori.

Ma il ciclismo, come la fisarmonica che ha suonato per otto anni della sua giovane vita, Žiga lo fece suo dal primo incontro: «Venne a scuola un istruttore di ciclismo, ci fece dei test e io fui selezionato: da quella volta lì il ciclismo è diventata la mia vita». O come racconta lui: «Non l’ho cercato io, è stato lui a venirmi incontro».

La strada di Žiga Jerman, da Lubljana, iniziò così a incrociarsi con quella di Tadej Pogačar, da Komenda: entrambi classe ’98, inseparabili in corsa e fuori, quando erano giovani era proprio Jerman a promettere di più, se non altro per caratteristiche che lo facevano emergere più velocemente. Se Pogačar, infatti, si sta rivelando oggi grazie alla sua leggerezza in salita, alla resistenza su ogni terreno, alla capacità di guidare la bici e schivare i pericoli in gruppo, Žiga Jerman da subito si mostrava atleta veloce, rapace, istintivo e resistente, capace di battere anche i talenti più interessanti in giro per l’Europa. «In Slovenia vincevo tanto, ma mi continuavano a ripetere che mi sarei dovuto misurare fuori dai confini nazionali per capire il mio vero valore».

©VeloUK Cycling Mag, Twitter

E fu così: i suoi primi risultati nella categoria juniores lo rendono fin da subito uno dei ragazzi più interessanti dell’intero mondo giovanile. Nella prima corsa in Italia è quinto alla Milano-Sanremo di categoria, secondo al GP dell’Arno e poi di nuovo quinto al Trofeo Merelli, una delle corse più importanti del calendario. La stagione dopo, nel 2016, arrivano i primi piazzamenti anche in Belgio, il sesto posto tra gli juniores nella prova in linea del Mondiale di Doha, il settimo al Trofeo Buffoni, vinto da Battistella e dove Jerman vincerà la volata del gruppo davanti a Luca Mozzato, lo stesso Mozzato che era stato battuto pochi giorni prima nella rivincita al Trofeo Merelli. «Mozzato era uno dei corridori più forti in Italia all’epoca: era praticamente imbattibile allo sprint. E quella vittoria per me significò l’acquisizione di una consapevolezza nuova». Una vittoria che ha un segreto: «Che ci crediate o meno, devo quel successo a Pogačar: mi ha spronato, siamo cresciuti insieme, eravamo inseparabili. Eravamo fratelli».

E difatti passano nel team Continental ROG-Ljubljana assieme nel 2017. Al Giro di Slovenia, Jirc – com’è soprannominato – attacca dal primo metro della prima tappa e veste per un giorno la maglia di miglior giovane. Lentamente, mentre i giorni passano, “suo fratello” cresce e lui invece faticherà, chiudendo lontano in classifica generale.

L’anno dopo Jerman conquista la sua vittoria più importante: primo nella Gand-Wevelgem Under 23 nel modo che predilige e che potrebbe diventare marchio di fabbrica anche tra i professionisti: andando all’attacco. Intelligente, sa muoversi bene in gruppo; nonostante lo spunto veloce, Jerman è un corridore che difficilmente riesce a stare fermo ad aspettare, ed è così che conquista la prova di Coppa delle Nazioni in Belgio, mentre Pogačar lo imiterà fino a superarlo: in poche settimane, mentre Jerman resterà quasi al palo, Tadej vincerà Course de la Paix, Avenir, Giro del Friuli e Trofeo Bianchin.

©Équipe Cycliste Groupama-FDJ, Twitter

E le loro strade si divideranno: l’ascesa di Jerman subirà una brusca frenata, quella di Pogačar lo porterà a diventare uno degli atleti più forti del gruppo. Il 2019 vedrà Pogačar vincere Algarve, Tour of California e tre tappe alla Vuelta, dove conquisterà il podio e la maglia bianca del miglior giovane, profumatamente pagato e ben coccolato da uno dei team più ricchi del World Tour. Mentre Žiga Jerman firmerà con la squadra Continental della Groupama-FDJ, raccogliendo briciole anche per problemi fisici.

Il 2020 per Žiga Jerman sarà l’ultima stagione tra le promesse del team Continental francese; poi cercherà spazio nelle corse che rimarranno per inseguire nuovamente quel fratello, coetaneo che pare stargli davanti senza problemi. Se la maturità di Pogačar ha sorpreso, la parabola di Žiga Jerman ha preso una curvatura differente, ma che non dovrebbe precludergli un passaggio al professionismo nel 2021. E intanto il ciclismo sloveno gongola: ha le sue carte da potersi giocare dopo Roglič e Pogačar, senza dimenticare Mohorič o Mezgec. Prima o poi arriverà anche questo ragazzino biondo, che si proclama a suo agio sulle pietre del nord, amante della pioggia e del vento, veloce ma non esplosivo. «Ma quando la corsa si fa dura, io posso sprintare meglio di altri» Parole sue. Sogna la Sanremo come Pogačar sogna il Tour de France: fratelli, così diversi, che prima o poi vedranno le loro strade incrociarsi nuovamente.

 

Foto in evidenza: ©Équipe Cycliste Groupama-FDJ, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.