Sci, calcio, hockey, Arsenal e Oasis: non solo ciclismo per Marco Haller.

 

Belloccio, veloce, ma mai così vincente; scaltro, grosso, di nazionalità austriaca, ma con un fuoco dentro che sembra appartenere ai latini. Capelli lunghi, barba, a suo agio davanti a microfoni e telecamere, se non fosse un ciclista potrebbe tranquillamente suonare nel suo gruppo preferito, gli Oasis, a patto però di far parte della formazione originale con entrambi i fratelli Gallagher. Siamo sicuri non sfigurerebbe.

Nasce in Carinzia, a Sankt Veit an der Glan, nel 1991, quando l’Arsenal conquista il nono dei tredici titoli inglesi della propria storia, e in adolescenza diventa tifoso sfegatato dei Gunners perché «dai fratelli più grandi si impara tutto». Fare sport è sempre stata la sua ragione: prima divertimento o ricerca di uno stile per affrontare la vita, ora stress perché «essere atleti trecentosessantacinque giorni all’anno ha i suoi svantaggi», raccontava tempo fa.

Giocava a hockey su ghiaccio, ma scelse il ciclismo perché i suoi genitori lo avevano messo davanti a un bivio. Sembra di sentire echeggiare persino in questo istante il monito della madre, l’avvertimento di chiunque voglia mettere il proprio figlio davanti alle responsabilità. «Soldi ce ne sono pochi. Scegli: o ciclismo o altro!». Marco Haller opta per le due ruote, altrimenti la sua storia apparirebbe da qualche altra parte e sarebbe centrata più sulle sue abilità nel colpire il puck, sui tiri a effetto, sull’essere spietato nei power-play o temerario nel fare gol in inferiorità numerica. E invece ci accontentiamo di un corridore così rude da sembrare un rugbista, che sogna la Roubaix e difende i suoi capitani in volata a suon di spallate, progressioni e colpo d’occhio.

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Ha praticato sci alpino e anche calcio, Marco Haller, perché – parole sue – credeva di essere uno di quei bambini odiosi che non riuscivano mai a stare fermi. Dalle due discipline ha appreso la capacità di schivare e dribblare. Dallo sci, in particolare, si porta dietro la calma che alleni al cancelletto di partenza e l’abitudine all’adrenalina della velocità; dal calcio, invece, la visione olistica dello sport. La madre gli indicò la strada – o meglio, gli fece pressione perché prendesse una decisione; il padre lo accompagnava in giro e stimolava i suoi gusti, perché a lui interessava soprattutto che il figlio facesse un sacco di soldi attraverso lo sport. D’altronde, chi meglio di un genitore sa cos’è meglio per un figlio?

Non fatelo incazzare: una volta al Giro d’Italia ha preso di petto un tifoso che al termine di una tappa gli ha letteralmente strappato di bocca la borraccia, sono dovuti intervenire degli stewart per fermarlo. Non provate a mettervi davanti a lui in alcun modo: lo scorso anno al Tour Down Under è caduto a tre chilometri dalla fine e le didascalie di quel giorno riportavano: “Marco Haller ricoperto di sangue dopo un orribile incidente“. Taglia il traguardo ugualmente e si fa fotografare come il modello di una pubblicità di una bevanda, mentre si asciuga il sangue che ne ricopre volto e capelli. Il giorno dopo ripartirà come fosse un giorno qualunque a lavoro.

Non provate a mettere salite dure a inizio tappa in un grande giro, convinti di mandarlo fuori tempo massimo: Marco Haller ha sempre lo strano vizio di anticipare il gruppo e approcciarle in testa andando su col suo passo. Se poi gli chiedono com’è stato lasciare la Katusha per la Bahrain-McLaren dopo otto anni di militanza, si dice un po’ stranito ma convinto che con lui ora la sua nuova squadra sarà ancora più forte. Sincero, più che spaccone.

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Ha raccontato spesso di non essere mai riuscito a vedere l’Arsenal all’Emirates, ma una volta ha viaggiato fino in Bulgaria per la partita di Champions League contro il Ludogorets; fu memorabile, racconta, come solo una squadra pazza come l’Arsenal sa essere, così ricca di ingredienti e complessità da ispirare un meraviglioso romanzo come Febbre a 90°.

Sotto di due reti, la squadra all’epoca ancora allenata da Wenger, ribaltò il risultato con le marcature di Xhaka, Giroud e Özil. Fu divertente, sì, ma a quale prezzo? Pagato con la tipica sofferenza di un gooner. Come un film che prima ti inchioda al divano e poi, mentre ti si contorcono le budella, ti costringe a seguire il finale in piedi con gli occhi attaccati al televisore. Quello è l’Arsenal, quella è la passione di un tifoso, quello succede anche in corsa, dove Haller ha imparato a trovare il suo spazio più per la gloria della squadra che per quella personale.

La sua condizione da ciclista suona quasi come un’ingiustizia. Le due ruote lo hanno reso un duro: non tanto per gli incidenti, quanto perché «per il 95% dell’anno corri per far vincere gli altri e devi trovare le motivazioni. C’è sempre qualcuno in grado di farti soffrire, ma quasi mai sei tu a fare soffrire gli altri».

Ma poi, che sport assurdo è il ciclismo? Lo so, lo diciamo spesso; ma in questo caso serve a dare l’assist a Marco Haller. «Non trovi la tua comfort zone nemmeno quando sei in testa, perché magari stai guidando davanti ma sul Carrefour de l’Arbre». Uno sport che sembra imbrogliarti, prenderti per i fondelli, ma quella fatica a fine giornata è la tua essenza. Ti sei spaccato la schiena e i muscoli, ma poi vai a letto compiaciuto, altrimenti avresti già scelto di fare altro.

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E Marco Haller è compiaciuto, nonostante tutto. Nonostante a diciannove anni sia passato professionista come un predestinato e dieci stagioni dopo abbia raccolto poco, quasi nulla. Arriva da una terra che nel tempo di rado ha espresso corridori capace di finire in prima pagina. Lui non si sentiva Max Bulla, il più grande di tutti, né Georg Totschnig o Peter Luttenberger, troppo forti in salita rispetto a lui; ma nemmeno il “cancelliere” Kohl, che dopo essere caduto in trappola si prese tutta la colpa senza voler accusare il sistema.

Haller aveva poco più di diciotto anni quando arrivò terzo al mondiale juniores alle spalle di Stuyven e Démare; ne aveva venti quando fu quinto in quello Under 23 ed era già praticamente un professionista. A ventun anni approdava nel World Tour sognando di imporsi nelle grande classiche che ha sempre preferito alle volate. Se non era il predestinato di cui sopra, poco ci mancava.

E poi nel 2012 vince la sua prima corsa, in volata davanti a Petacchi e Viviani, mettendosi alle spalle due generazioni di velocisti italiani. Petacchi lo conoscevano tutti, Viviani era salito da poco sul palcoscenico, ma quella stagione aveva già vinto sette volte. Suona strano che Marco Haller da quel giorno a oggi abbia vinto solo altre tre corse, trovandosi ridimensionato.

Marco Haller va avanti, nonostante tutto. Nel 2018, pochi giorni dopo la Paris-Roubaix, viene coinvolto in un grave incidente. Colpito in piena dalla portiera di un auto mentre si allenava con l’amico Bernhard Eisel, si frantuma la rotula in due parti. Trentasei punti di sutura, la paura di non poter mai più riprendere una vita normale, evidenziata da una serie di post su Instagram e un segno tuttora visibile che parte da poco sopra il ginocchio e arriva fino alla tibia, una cicatrice spessa e scura come la linea di un tatuaggio tribale.

Torna in corsa centonovanta giorni dopo: un’eternità per un corridore, un battito di ciglia nella vita di chi pensava di non poter mai più riprendere la sua normalità ma facendosi scivolare tutto addosso come pioggia sul marmo. Adepto del ciclismo, lo sport più falso, disgraziato e vigliacco del mondo, ma che se lo ami ti manda a letto compiaciuto. «Questo è il lato crudele del ciclismo: non diventa mai più semplice, solo più veloce». Detto da chi si gettava da una montagna con gli sci, c’è da credergli.

 

 

Foto in evidenza: ©naszosie.pl

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.