Dai Paesi Baschi, un corridore solido che seppe lottare ad armi pari coi migliori della sua generazione come Hinault e Baronchelli.

 

Marino Lejarreta Arrizabalaga nasce il 14 maggio 1957 a Bérriz, paese di 4.700 anime nella Comunità autonoma dei Paesi Baschi, a pochi chilometri dal confine francese. Fratello d’arte: suo fratello maggiore Ismael, classe 1954 lo precedette tra i professionisti e fu suo ispiratore e guida pur ottenendo risultati ben inferiori in strada, con quattro sole vittorie da professionista. Un altro fratello, Nestor, gemello di Ismael, fu corridore dilettante. Un nipote, Inaki, figlio di Ismae, nato nel 1983, fu un valido specialista della Mountain Bike. Scomparse purtroppo prematuramente nel 2012 investito da un’automobile mentre si allenava.

Marino (sx) e Ismael Lejarreta, «Euzkadi», nº 124, Bernardo Estornés Lasa.

Marino fu un valente scalatore eccellente anche a cronometro. Specialista delle grandi corse a tappe, in cui figurò sempre con grandissima regolarità, riuscendo però a vincerne solo una, la Vuelta del 1982, e solo perché chi aveva vinto sul campo, l’altro spagnolo Angel Arroyo fu squalificato dopo essere stato trovato positivo all’antidoping. Vincitore di tappa in tutti e tre i Grandi Giri, otto alla Vuelta, due al Giro e una al Tour, riuscì per ben quattro volte, 1987, ’89, ’90 e ’91, a concludere tutte e tre le prove nello stesso anno. Ne corse in tutto ventisette di corse sulle tre settimane, riuscendo per ben 15 volte a concludere nelle prime dieci posizioni. Tre i podi, tutti alla Vuelta, ma fu anche due volte quarto e due quinto al Giro, e due volte quinto al Tour. Vinse molte corse a tappe di una settimana, mentre in linea ha fatto sue la Classica di San Sebastian, tre volte, e il Giro dell’Appennino.

Lejarreta era arrivato al professionismo piuttosto giovane, nel 1979, nella squadra del fratello: la Novostil Helios; non ottenne grossi risultati in quelle prime corse se non un secondo posto nel GP de Llodio, una corsa in linea che si disputava a fine agosto nell’omonima cittadina dei Paesi Baschi su una distanza di circa 200 chilometri e che l’anno precedente era stata vinto proprio da Ismael. Nel 1980, passato alla Teka, dove rimase tre anni sempre accompagnato dal fratello, Marino poté mettersi in luce, e lo fece sempre in prove a tappe di breve durata, verso fine stagione, dopo essersi rodato e ambientato tra i professionisti ed aver conquistato il suo primo piazzamento di prestigio, un quinto posto, nella classifica generale della Vuelta.

Il 10 settembre grazie al secondo posto della cronometro di Vic alle spalle di Lubberding – ma precedendo il leader Van der Velde di 36 secondi – prese il comando della classifica della Vuelta a Catalunya e lo conservò nel pomeriggio nella semitappa conclusiva. Poche settimane dopo conquistò la Escalada a Montjuic, una prova per specialisti scalatori in cui venivano organizzate gare per tutte le categorie, dagli allievi ai veterani, passando per le prove femminili. La gara principale, quella per i professionisti, era in due tappe: una cronoscalata e una prova in linea. Marino fu quarto della gara in linea a 5” dal vincitore Fernandez, ma poi dominò la cronometro, lasciando a 40” Coll e a 44 il portoghese Agostinho.

Vinse la generale con gli stessi 40” su Coll, la mattina erano arrivati insieme, e 59” su Agostinho. Il quotidiano sportivo catalano El Mundo Deportivo diede nel numero di lunedì 27 ottobre ampio spazio alla prova disputata sulla montagna di Barcellona, con tanto di un’intera pagina di intervista a Lejarreta che affermava quanto la Catalogna gli portasse bene, visti i due successi in quella stagione e, un paio di anni prima la vittoria di Tona tra i dilettanti. L’Escalada di Montjuic divenne una tappa fissa del calendario di Lejarreta, la vinse cinque volte, l’ultima nel 1990, e in due occasioni fu secondo.

Nel 1981 partecipò per la prima volta al Tour, chiudendo trentacinquesimo, e si ritirò alla Vuelta, ma arrivarono i primi successi nelle corse di un giorno, ne vinse quattro, tra cui la Clasica de San Sebastian, oltre a una tappa al Tour du Tarn. A San Sebastian Lejarreta vinse mettendo in mostra una superiorità disarmante, se ne andò da un gruppetto che comprendeva l’ingelse Jones, poi secondo e gli spagnoli Ruperez, suo fratello Ismael, Alfonsel e Fernandez Blanco che chiusero nell’ordine, e si presentò al traguardo da solo con 2 minuti e 16” di vantaggio.

Lejarreta oggi. Foto di Diario de Madrid

Il 1982 fu invece l’anno del successo alla Vuelta, oltre che del bis a San Sebastian, vinse anche la Vuelta Castilla, Cantabria e La Roja oltre alla solita Escalada a Montjuic e a diverse tappe. Il successo nella massima prova spagnola però non lo soddisfò appieno. A Madrid in Roja ci era arrivato Angel Arroyo che lo aveva preceduto di 1 minuto e 55” secondi. Arroyo però non superò il test antidoping successivo alla diciassettesima tappa, che si era conclusa a Navacerrada, e fu squalificato, anzi penalizzato di dieci minuti, allora le sanzioni per il doping erano molto meno rigide delle attuali, e si ritrovò in tredicesima posizione. Fu comunque l’anno dell’esplosione di Lejarreta, il suo nome finì sui taccuini delle maggiori squadre europee e a fine stagione Marino firmò un contratto con l’italiana, anzi sammarinese, Alfa Lum, dove arrivò portandosi al seguito l’immancabile Ismael.

Fu una grande annata. Sette vittorie, la Vuelta – in cui si aggiudicò tre tappe, contesa a Hinault fino all’ultimo – nell’anno del definitivo rilancio della corsa spagnola, l’esordio al Giro con un buon sesto posto e l’immancabile successo all’ Escalada a Muntjuc, dove stavolta si aggiudicò entrambe le frazioni. Di quella Vuelta molto si è detto e scritto: fu un’edizione, disputata tra fine aprile e inizio maggio, irradiata per la prima volta in modo capillare dalla televisione, e Hinault per aggiudicarsela dovette combattere e spendere energia, al punto da dover poi rinunciare al Tour. Molti dicono anche, probabilmente a ragione, che il bretone usò la sua fama e la sua forza in gruppo per tessere un’alleanza internazionale tra diverse squadre per andare contro Lejarreta che altrimenti avrebbe avuto ottime possibilità di batterlo. Il basco comunque fece il suo: vinse tre tappe, tra cui una cronometro, e cedette alla fine solo per 1 minuto e 12” aggiudicandosi la classifica a punti.

Data 1983 anche la prima delle sue tre vittorie in Italia, le altre sono tappe al Giro, nel 1984 e nel ’91. Era il 12 giugno e la corsa il Giro dell’Appennino. Il successo di Lajarreta mise fine al dominio che durava da sei anni di Gian Battista Baronchelli che aveva fatto di quella classica un suo regno. Ismael aveva fatto un ritmo indiavolato, permettendo al fratello di scattare sulla Bocchetta e andarsene, inseguito da Miro Panizza. Il suo tempo sulla salita storica del Giro dell’Appennino fu di 23’41” a 55” secondi dal record del solito Baronchelli. Dopo una discesa impeccabile Lejarreta tenne a bada gli inseguitori negli ultimi chilometri, chiudendo con 38” secondi su Bombini, 1’35” su Panizza e il fratello Ismael, che avrebbe lasciato l’attività di corridore a fine stagione.

Nel 1984 arrivarono una prestigiosa vittoria al Giro, nella Merano-Selva di Val Gardena e un successo in Spagna, nel 1985 solo la classifica generale della Vuelta a Osorno, fu rispettivamente anche quarto e quinto della generale al Giro. Lejarreta però non era soddisfatto, avrebbe voluto vincerla sul campo una grande corsa a tappe, e decise per l’anno successivo di chiudere l’esperienza italiana e tornare a casa, firmò con la Seat Orbea, che divenne nel 1987 Caja Rural, dove rimase per quattro stagioni. Le prime due buone ma non esaltanti, vinse in entrambi gli anni la Vuelta a Burgos, nel 1986 una cronometro alla Vuelta, nel 1987 la sua terza Clasica de San Sebastian. Vi unì un quinto posto nella generale della Vuelta del 1986, e concluse per la prima volta in carriera tutti i grandi Giri nello stesso anno: era il 1987, quarto in Italia, decimo al Tour e trentaquattresimo in Spagna.

Nel 1988 arrivarono, per la terza volta consecutiva, il successo nella Vuelta a Burgos, nella Vuelta a Galicia e, nuovamente la Escalada a Montjuic vincendo ancora una volta entrambe le frazioni. Dopo un discreto 1989 in cui riportò la Klasika di Primavera – una delle principali prove basche el calendario – e la Vuelta a Catalunya – regione dove non poteva fare a meno di vincere – passò alla ONCE, squadra sponsorizzata da una lotteria spagnola che raccoglie fondi a favore dell’associazione dei non vedenti, e che stava facendo le cose in grande, fino ad arrivare a schierare grossi calibri internazionali nei successivi anni Novanta come Alex Zulle e Laurent Jalabert.

Nei primi due anni alla Once non vinse tantissime corse ma si tolse la soddisfazione di conquistare una seconda tappa al Giro, la Sorrento-Scanno nel 1991, e l’anno precedente la Le Puy en Vellay-Millau al Tour, successo che gli consentì di entrare nel novero dei corridori capaci di conquistare almeno una tappa in tutti e tre i grandi Giri. In maglia ONCE non si fece mancare la vittoria nemmeno nelle corse che dominava da tempo, nel 1991 si aggiudicò per la quarta volta la Vuelta a Burgos e per la quinta l’immancabile Escalada a Montjuic. Tra 1989 e 1991 però pur avendo ormai ampiamente superato i trent’anni concluse ogni anno tutti e tre i tour nazionali, con risultati anche di valore: terzo nella Vuelta 1991 e quinto al Tour 1989 e ’90. Rimase attivo ancora nel 1992 vincendo una prova minore del calendario spagnolo, la Subida al Txitxarro poi alla Klasika di Primavera cadde malamente, provò a tornare in sella, salutò i suoi fans lungo le strade della Vuelta a La Rioja e tagliato il traguardo lasciò l’agonismo.

Dopo il ritiro fece il DS prima alla ONCE, nel 1995 e dal 2000 al 2003, esperienza poi proseguita alla Liberty Seguros, l’erede della ONCE dal 2004 al 2007, divenendo in seguito un commentatore televisivo.

Probabilmente non un super campione, ma un corridore solido che seppe lottare ad armi pari coi migliori della sua generazione, che forse si limitò un po’ preferendo restare sempre tra i confini spagnoli ad eccezione della parentesi italo-sammarinese. Divenne molto conosciuto nel suo Paese perché gli anni Ottanta furono quelli in cui le fasi finali di tutte le corse principali iniziarono ad andare in diretta TV. I suoi appartamenti in gruppo, come dice Riccardo Magrini che proprio da Marino Lejarreta si dovette guardare in occasione del suo trionfo al Giro nella tappa di Montefiascone, erano quelli in fondo, si spostava da lì solo per dominare le tappe di montagna.

Nel 2012 ha rilasciato una lunga intervista alla rivista online spagnola El Pedal de Frodo, poi riportata su carta stampata da Desde la Cuneta, periodico dedicato al ciclismo. Ha dichiarato di essere molto orgoglioso di aver mantenuto un livello estremamente regolare in quattordici stagioni da professionista, senza picchi particolari, ma senza nemmeno mai avere grosse crisi di risultati. Ha ricordato anche che durante il suo primo anno da professionista stava svolgendo il servizio militare, e che corse la prova di debutto dopo una settimana di manovre in cui aveva dormito in tenda. E molto altro ha rivelato di se Marino Lejarreta in quella intervista:

In Italia sono stato trattato alla grande. – spiega riferendosi ai tre anni all’Alfa Lum – Sono rimasto tre anni, però vivevo anche lì. Non è che corri all’estero e vivi a casa tua. La Spagna mi mancava. Non volevano lasciarmi andare, ci tenevano a me, ma ho insistito e nel 1986 sono tornato a casa.”

La scultura in omaggio a Lejarreta a la Manzaneda, Oviedo. In metallo, è opera dell’artista Rafael Rodríguez Urrusti, ed è datata 2003. Il ciclista basco è stato il vincitore in diverse occasioni dell’ascesa a Manzaneda da Olloniego. Foto di Adolfobrigido

Alla domanda che gli chiedeva come mai avesse deciso di correre tutti e tre i grandi giri nel 1987 risponde rivelando che si trattò di una specie di scommessa:

Ho sentito durante una cena in inverno tra corridori Josè Luis Uribezubàa, un atleta basco della Kas, affermare che era una cosa quasi impossibile. E allora io mi dissi, se è un cosa così difficile devo farla. Mi riuscì e poi divenne quasi normale, lo feci quattro volte. Anche sono entrato nei primi cinque in due di quelle corse nello stesso anno. Non mi è mai riuscito di concluderle tutte e tre nei primi dieci, per farlo avrei dovuto correre in maniera più conservativa, ma era una tattica che mi costava molto attuare.”

Idee molto chiare anche su chi fosse il suo rivale più forte:

Bernard Hinault. Era imbattibile. Degli avversari che ho avuto è stato il migliore. Nessun punto di paragone con gli altri.”

E chiudiamo questo ritratto di Marino Lejarreta con la sua opinione sul ciclismo di oggi:

È un mondo che si è molto globalizzato. Ai miei tempi erano Italia e Francia a guidare il movimento, adesso si parla inglese. Molte cose sono cambiate, dalla tecnologia alla preparazione atletica…Però sui pedali bisogna spingere comunque e penso che il fondamentale basico su cui si fonda questo sport non sia mutato di molto.”

Insomma tutto cambia affinché niente cambi.

Immagine di copertina: Jesus Mª Arzuagahttp://www.guregipuzkoa.net/photo/1095260