Tim Declercq è il più forte e apprezzato gregario del gruppo.

 

 

Ad aprile, nei campi, un gruppo di gabbiani sta aspettando il passaggio del trattore. L’enorme mezzo agricolo smuove la terra, passa con l’aratro e poi semina, mentre lo stormo di uccelli attende, attende, poi prende il volo, passa sopra la testa del contadino che ha la pelle arsa dal calore e non solo. Indossa una mascherina in quanto la terra sabbiosa è fetente, ti penetra nelle narici, brucia gli occhi. È arida perché da queste parti, ormai, la pioggia è soltanto un ricordo.

Vicino a quei gabbiani – bianchi candidi i più giovani, altri con un piumaggio che tende al grigio -, distanziato di qualche metro, un grosso airone osserva il movimento dei colleghi e poi si sposta anche lui non appena il veicolo guidato dall’umano sembra puntare verso di lui. Si alza in volo e giù in picchiata appena capta un lombrico, un insetto, qualsiasi cosa si muova da quel terreno smosso e pronto per dare via a un nuovo ciclo della vita.

Aprile, nel ciclismo, è soprattutto il mese delle corse del Nord. Non importa che ci sia la Pasqua di mezzo, la settimana santa è quanto di più sacro ci sia e va dal Giro delle Fiandre alla Parigi-Roubaix. Le corse del Nord sono spesso affare di corridori belgi e sono spesso affare di squadra, quella guidata da Patrick Lefevere. Non abbiamo un dato certo tra le mani in questo momento – anzi, appassionati delle statistiche fatevi avanti -, ma la squadra belga avrà vinto almeno un centinaio tra classiche e semi-classiche del Belgio in questi anni. Di sicuro, però, sappiamo quante ne ha vinte Tim Declercq: nessuna.

Eppure, come lui non c’è nessuno. Declercq è El Tractor, il trattore, o almeno così lo chiamano da un paio di anni grazie all’intuizione di un telecronista argentino. Declercq è un contadino con la pelle arsa, le rughe che fanno solchi sotto gli occhi, intorno al ghigno che mai dissimula ogniqualvolta si mette in testa a tirare. Le mani, incallite dalla fatica del mestiere, stringono forte il manubrio mentre le spalle sono parallele e il busto si allunga in linea con la strada tanto da far sembrare la bicicletta un corpo avulso e persino troppo piccolo per quell’omaccione.

L’asfalto è il suo terreno da arare; è airone quando ti passa davanti vestito in borghese con quel collo allungato, i denti lunghi che paiono un becco e quegli occhi cauti che cercano di non fare trasparire emozioni.

Uno così, quando lo metti a tirare, fa paura, anche se tutti nell’ambiente sono d’accordo nel definirlo uno dei ragazzi più dolci e docili. Quando va in testa al gruppo, agli altri non gli par vero: possono stare dietro accucciati per ore e ore. Una volta la sua condotta sin troppo generosa gli è costata persino un bisticcio con Lampaert, amico di quelli veri, quasi fraterno, e Tersptra, ex compagno di squadra e ora semplice collega o addirittura avversario, magari di quelli da inseguire a testa bassa.

Era la Vuelta 2017 e davanti si sganciarono De Gendt, De Marchi e Dillier: specialisti della lunga gittata. «Avevo appena fatto pipì», racconta Declercq, «mancava tanto al traguardo, ma decisi di muovermi lo stesso e andare davanti a tirare. Mi si avvicina Lampaert e mi fa: “secondo me sei stupido, gli altri ne approfitteranno”». Continuarono il diverbio, ma tempo dopo è occasione per riderci su: «Ero incazzato nero», ora è il turno di Lampaert raccontare tra le risate dei suoi interlocutori cosa successe quel giorno «Tim in queste situazioni è sempre nervoso e allora gli dissi di non farlo, di non andare davanti a tirare che era troppo presto e che non sarei mai andato ad aiutarlo». Declercq, però, ovviamente non era d’accordo: il trattore si era già messo ad arare. «Bene, non c’è problema, posso fare tutto da solo», disse, «sono più forte di te». Solo l’intervento di Niki Terpstra mise fine a quella diatriba: «Finitela, vi stanno ridendo tutti dietro».

Tim Declercq sembra già vecchio, eppure la trentina non è molto tempo che l’ha superata; quando si addormenta sogna leoni, oppure sogna di mungere vacche, perché anche se guida trattori può avere una stalla o una fattoria con qualche animale. Con Lampaert, Vanspeybrouck, Rickaert, Steels e van Lerberghe ha messo su un gruppo d’allenamento chiamato De Melkerie, i mungitori: macinano chilometri tra le strade fiamminghe, come disperati.

Anche Tersptra ha messo su un suo gruppo, ma quello dell’olandese è un club elitario dove viene richiesto persino un provino per poterci entrare; quello di cui fa parte Declercq è un gruppo di amici nato ai tempi della TopSport Vlaanderen e con un unico obiettivo: «mungere, segare, spremerci fino alle lacrime».

Declercq in carriera non ha mai vinto una corsa, lo abbiamo detto, ma da quando è passato in maglia Quick Step la sua squadra ha vinto 231 corse. Il motivo è presto detto: «Se arriva una volata con sette corridori, io arrivo ottavo», racconta. È un diesel: Hugo Coorevits, giornalista belga, di lui dice che è lento come una vecchia lumaca. Di recente ha vinto un premio organizzato da Cyclingnews come miglior gregario del gruppo battendo nettamente in finale Luke Rowe.

«Tutti mi chiamano trattore, mi piace; so di non essere una Ferrari, so di non aver mai vinto, ma ogni tanto mi piace chiudere gli occhi e immaginare come possa essere vivere quel momento». Anche le vecchie lumache come Declercq sognano leoni.

 

 

Foto in evidenza: ©Deceuninck-Quick Step, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.