Giuseppe Martano, un campione dimenticato

Un brutto incidente ha impedito a Giuseppe Martano di consacrarsi definitivamente.

 

 

“Tra il nostro Martano e lo spagnolo Trueba fu un bel duello nell’agosto del ’34”. Questa celebre citazione, proveniente dal film “Fantozzi contro tutti”, è probabilmente l’unica cosa che viene in mente a moltissimi appassionati quando leggono il nome di Giuseppe Martano. Peraltro, la frase di cui sopra contiene un falso storico. L’avversario di Martano al Tour de France del 1934, infatti, fu il francese Antonin Magne e non la Pulce dei Pirenei.

Martano, ad ogni modo, è stato un grande campione. Un brutto infortunio, patito nel marzo del 1937, quando ancora non aveva compiuto ventisette anni, condizionò negativamente quella che, fino a quel dì, era stata una carriera di primissimo piano. Giuseppe si scontrò con un camion nell’ultima frazione della Parigi-Nizza e si fratturò il ginocchio sinistro. Tornò a gareggiare, ma non fu mai più il fuoriclasse ammirato fino al giorno antecedente a quell’incidente. Per questo motivo non riuscì a centrare quelle vittorie di peso che erano alla sua portata sia nelle gare in linea che nelle corse a tappe. E la conseguenza finale di tutto ciò è che oggi, date le lacune nel palmarès, è finito nel dimenticatoio.

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Nato a Savona, da genitori piemontesi, il 12 maggio del 1910, Martano inizia praticare ciclismo nel 1928. Ben presto dimostra di avere le stimmate del predestinato. Alla prima stagione da corridore partecipa a ventisei gare e ne vince diciotto. Nei quattro anni seguenti, passati tra i dilettanti, il contatore dei succcessi supererà quota cento. Dopo aver dato sfoggio del suo valore dinnanzi all’Italia intera, inoltre, Giuseppe non attenderà molto per mettersi in luce anche in campo internazionale.

Il 30 agosto del 1930 Martano prende parte alla rassegna iridata riservata ai dilettanti. In quel di Liegi, su un tracciato lungo 194 chilometri, fa ciò che gli viene meglio: vincere. Ed è talmente superiore che riesce a trionfare nonostante il fato avverso. Infatti a due chilometri dall’arrivo, mentre è solo al comando, l’azzurro viene rallentato da un ingorgo di automobili al seguito della gara dei professionisti. Quest’imprevisto permette al compagno Eugenio Gestri e al tedesco Rudolf Risch di riacciuffarlo. Giuseppe, però, non si scompone e supera agilmente i rivali allo sprint.

Sul finire della stagione 1930, Martano passa professionista con la Frejus. Due anni più tardi, benché abbia già mostrato il suo valore tra i grandi, la Federazione Ciclistica Italiana riqualifica Giuseppe come dilettante. Ciò è dovuto al fatto che i Mondiali, in quell’annata, si tengono a Roma e il regime fascista ci tiene a vincere ambedue le gare in programma. Giuseppe ripaga la fiducia riposta sulle sue spalle e serve il bis. La sua superiorità sugli avversari, in quel frangente, è incredibile. Per tutta la giornata, infatti, taluni fastidiosi problemi di stomaco lo tormentano. Al netto di ciò, però, riesce a disarcionare tutti i rivali, incluso un asso come l’elvetico Paul Egli.

Quel trionfo, oltretutto, è solo la ciliegina sulla torta di un 1932 da incorniciare. Il fuoriclasse azzurro, nei mesi precedenti alla conquista della maglia con l’effige dell’arcobaleno, si era imposto anche nel campionato italiano riservato ai dilettanti in un Giro del Piemonte che era corsa composta da quattro frazioni e nel Giro del Lazio, il quale al tempo era a sua volta una gara a tappe riservata ai corridori della categoria antecedente al professionismo.

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Con due titoli iridati nel palmarès, nel 1933 Martano capisce che è ora di puntare alle grandi gare riservate ai professionisti. Prende parte al suo primo Giro d’Italia nel quale, però, deve gettare la spugna alla nona tappa. Decide, dunque, di provare a rifarsi alla Grande Boucle. In Francia Martano gareggia come isolato. Ciò vuol dire che parte decisamente svantaggiato rispetto a chi ha un sodalizio al seguito. Deve arrangiarsi a trovare un posto in cui dormire alla fine di ogni frazione. Inoltre, non ha nemmeno chi gli fa l’assistenza tecnica durante la gara.

Nonostante tutto questo, Giuseppe è autore di una prova maiuscola. Inizia a rilento, ma appena arrivano le montagne il nativo di Savona mette in mostra tutta la sua classe. Nella prima frazione alpina, la Aix-les-Bains-Grenoble di 229 chilometri, Martano conclude nel plotone dei primi con altri nove corridori. Il dì seguente, invece, nella Grenoble-Gap di 102 chilometri si supera. Riesce a concludere con il terzetto che si gioca il successo parziale. Allo sprint, tuttavia, deve arrendersi al transalpino Georges Speicher.

Lo stesso identico finale attende Martano nella Gap-Digne-les-Bains di 227 chilometri. Resta nel plotone dei migliori, ma Speicher lo fulmina in volata. In quell’edizione del Tour, oltretutto, il primo classificato di ogni tappa riceve due minuti di abbuono. Per tutti gli altri, invece, non vi è nemmeno un secondo. Siamo al nono giorno di gara e Giuseppe lo ignora totalmente, ma tutti quegli sprint persi gli saranno fatali.

Sui Pirenei Martano riesce finalmente a staccare il coriaceo Speicher. Nella Bagnères-de-Luchon-Tarbes di 91 chilometri giunge alla meta in compagnia dei soli Jean Aerts e Vicente Trueba. Allo sprint la spunta il belga. Il gruppo dei primi inseguitori chiude a 3’32”. Giuseppe concluderà la Grande Boucle con il minor tempo assoluto. Tuttavia, non solo non conquisterà il successo finale, ma Learco Guerra con il trionfo nell’ultima giornata sui Campi Elisi gli soffia pure la seconda posizione.

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Una beffa a dir poco atroce. Speicher lo precede di 5’08” grazie alle tre vittorie parziali ottenute. Va detto, ovviamente, che Giuseppe, come tutti gli altri corridori, eccetto sei tra cui Trueba, è stato ripescato dopo essere uscito fuori tempo massimo nella Digne-les-Bains-Nizza. Al netto di ciò, però, Martano si è dimostrato il più forte sulla strada e ha pagato l’ennesimo regolamento confezionato ad hoc per favorire gli atleti di casa. Lo stesso torto, l’anno prima, l’aveva subito anche il tedesco Kurt Stöpel. Desgrange, sapendo che la selezione transalpina poteva contare su saette come Charles Pélissier, André Leducq e lo stesso Speicher, aveva reso le Grande Boucle di quel biennio manifestazioni su misura per atleti veloci.

Martano torna in Francia per rifarsi nella stagione successiva. Stavolta, però, trova sulla sua strada un rivale decisamente superiore a Speicher. Vale a dire il già citato Antonin Magne. Tonin Le Sage è un vero fuoriclasse dei grandi giri. Ha già conquistato la Grande Boucle nel 1931. Inoltre nel percorso gli organizzatori hanno inserito, per la prima volta nella storia, una cronometro. Una prova che strizza decisamente l’occhio all’ex pugile Magne, il quale in carriera ha vinto anche tre Grand Prix des Nations.

Il nativo di Savona darà vita a un duello da mitologia greca con Magne. Il transalpino conquista la maglia gialla già al secondo giorno. L’azzurro, invece, si porta in seconda posizione al settimo dì, al termine della Aix-les-Bains-Grenoble di 226 chilometri. L’enfant prodige René Vietto vince la frazione in solitaria. Martano e Tonin Le Sage arrivano rispettivamente secondo e terzo a 3’23”.

All’indomani i due duellanti si giocano, invece, anche il successo parziale. Nella Grenoble-Gap di 102 chilometri è proprio Martano a trionfare. Il nativo di Savona precede Magne di appena sette secondi. Vietto e Félicien Vervaecke arrivano a 28″. Per tutti gli altri ci sono distacchi ampiamente superiori al minuto. Dal decimo in giù si superano i quattro primi.

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Dopo alcuni giorni tranquilli, la carovana inizia ad affrontare le aspre vette dei Pirenei. E qua Martano più volte si avvicina alla maglia gialla. Più per fortuna che non per meriti propri, per la verità. Nella prima frazione che attraversa i monti posti al confine tra Spagna e Francia, la Perpignano-Ax-les-Thermes di 158 chilometri, Magne cade. Tonin le Sage finisce per terra, oltretutto, in un punto critico: la discesa del Col de Puymorens. Nell’impatto rompe ruote e telaio. Tuttavia, Speicher e Vietto gli cedono uno la ruota e l’altro la bici. Il transalpino, così, riesce a salvarsi. L’azzurro gli recupera appena 45″.

Il giorno successivo, Magne se la vede ancora più brutta. Nella Ax-les-Thermes-Bagnères-de-Luchon di 165 chilometri Tonin Le Sage scivola nuovamente in discesa. La sua bici va in frantumi. Martano ne approfitta e parte all’attacco. René Vietto, però, il quale era in testa alla corsa, udita la cattiva novella si gira e torna indietro. Raggiunge il capitano della selezione transalpina e gli cede il suo mezzo. Grazie al sacrificio estremo del compagno, la maglia gialla riesce a riacciuffare Giuseppe e a neutralizzare il suo attacco.

Nella penultima frazione pirenaica in programma, la Bagnères-de-Luchon-Tarbes di 91 chilometri, Magne passa al contrattacco. Si muove da lontano e fa il vuoto. L’ex pugile, dopo essersi esibito in una favolosa azione solitaria tra Peyresourde e Aspin, giunge al traguardo a braccia alzate. Al secondo di giornata, Vicente Trueba, rifila un distacco di ben 6’31”. Martano arriva a 12’59”. La Grande Boucle è praticamente persa.

Il dì seguente la maglia gialla patisce, in parte, le fatiche di quella lunghissima cavalcata. Nella Tarbes-Pau di 172 chilometri, Martano, terzo di tappa, stacca Magne e gli recupera 4’10”. Troppo poco, anche perché Tonin ha dalla sua la cronometro di 90 chilometri da La Roche-sur-Yon a Nantes. In quella prova contro il tempo, il transalpino dà il colpo di grazia all’azzurro. Magne domina la frazione e infligge un distacco di ben otto minuti a Giuseppe, che giunge quinto.

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Quello tra il nostro Martano e il francese Magne, e non lo spagnolo Trueba, è davvero un bel duello. Il transalpino, però, ha dalla sua, oltre a un motore superiore e delle doti sul passo di rango divino, anche una squadra formidabile e tanta esperienza in più rispetto al suo rivale. Alla fine Giuseppe migliora il piazzamento del 1933, ma in realtà va molto meno vicino alla vittoria della Grande Boucle. Tonin le Sage, infatti, in classifica generale lo precede di ben 27’31”. Considerando, però, che il terzo, Roger Lapébie, arriva a 52’15”, possiamo comunque dire che l’azzurro si è reso protagonista di una prestazione di livello decisamente diverso rispetto a quella degli altri umani.

Nel 1935, un Martano ormai pienamente consapevole dei suoi mezzi si rende autore di una stagione stellare. Vince il Giro delle Quattro Provincie del Lazio con un’impresa da autentico fuoriclasse nella frazione decisiva, la Tagliacozzo-Ascoli Piceno di 170 chilometri. Il nativo di Savona attacca da lontano, stacca tutti e arriva tutto solo al traguardo. Il secondo, Michele Benente, subisce un passivo di 4’02”. Il terzo, Cesare Del Cancia, perde addirittura 8’23”. Nel corso dell’annata, inoltre, arriva sul podio al Giro di Toscana, al Giro di Campania e al Giro della Provincia di Milano, nel quale gareggia in coppia con un giovanissimo compagno della Frejus: Gino Bartali.

A maggio torna al Giro d’Italia ed è uno dei grandi favoriti insieme al vincitore uscente Learco Guerra e a un Alfredo Binda sul viale del tramonto. Martano, tuttavia, è autore di una prima settimana di Corsa Rosa abbastanza incolore, mentre Giuseppe Olmo e un corridore poco considerato dai più, Vasco Bergamaschi, la fanno da padroni. Dopo la quinta frazione, una cronometro di 35 chilometri da Cesenatico a Riccione in cui il nativo di Savona perde 2’19” dal vincitore Olmo, questi in classifica accusa già un ritardo di 1’45” da Bergamaschi, che alla fine si rivelerà il più pericoloso tra tutti i rivali.

Due giorni più tardi, il neanche ventunenne Gino Bartali domina la Porto Civitanova-L’Aquila di 171 chilometri. L’Uomo di Ferro stacca tutti e arriva solo alla meta. Bergamaschi è quarto a 1’47” e vesta la maglia rosa. Il suo vantaggio su Martano raggiunge i 3’50”. Giuseppe, in classifica generale, è preceduto anche da Olmo, Guerra, Bartali, Cecchi e Binda. Il nativo di Savona inizierà a ingranare sul finire della seconda settimana. Nella Roma-Firenze di 317 chilometri resta coi migliori dopo le salite di Radicofani e Cimini. In testa alla gara, quel giorno, si forma un plotone di sei atleti. Con Martano ci sono la maglia rosa Bergamaschi, Remo Bertoni, Mario Cipriani, Ezio Cecchi e il transalpino Maurice Archambaud. Sarà proprio il leader della classifica generale a ottenere il successo parziale. Giuseppe non guadagna nulla su Vasco, ma in compenso scala diverse posizioni e raggiunge la terza piazza.

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Quel dì gli altri grossi calibri perdono 5’30”. Cecchi e Martano diventano gli unici ad avere ancora qualche chance di ribaltare la Corsa Rosa. Nella quindicesima giornata si svolge una cronometro di 43 chilometri che da Lucca porta a Viareggio. Il futuro recordman dell’Ora Maurice Archambaud vince in scioltezza, Cecchi crolla e Martano, per la prima volta da inizio manifestazione, mette la sua ruota davanti a quella di Bergamaschi. Ad ogni modo, il nativo di Savona recupera appena 6″ alla maglia rosa.

Giuseppe riuscirà a rosicchiare ancora qualcosa a Bergamaschi, ma non sarà realmente in grado di insidiare la maglia rosa nel corso della terza settimana. Purtroppo per lui, all’introduzione delle Dolomiti mancano ancora due anni. Il tracciato del grande giro italiano è molto facile anche nelle battute finali della corsa. L’unica grande salita presente nelle frazioni conclusive è il Sestriere, piazzato nella Asti-Torino di 250 chilometri. Ma si trova lontano dal traguardo e non basta a Giuseppe per fare la differenza.

Alla fine Martano arriva secondo 3’07” dal vincitore. Il nativo di Savona paga un tracciato decisamente troppo semplice per un atleta come lui che, nelle stagioni precedenti, si era dimostrato un asso nelle frazioni più dure del Tour de France. Quel Giro è stato disegnato su misura sulle caratteristiche dell’allora popolarissimo Learco Guerra. Ad approfittarne, però, è un Vasco Bergamaschi che parte con il ruolo di gregario della Locomotiva Umana, ma che successivamente esibisce una condizione mai avuta né prima né dopo nel corso della sua carriera.

In seguito a quella sconfitta, per Martano inizia un periodo complicato. Al Tour de France deve ritirarsi dopo appena due giorni. Nel 1936, invece, non è mai protagonista. Probabilmente paga qualche problema fisico di cui, al tempo, non si fece parola. D’altronde, all’epoca di rado i corridori permettevano che si venisse a conoscenza dei loro acciacchi. Difficile, inoltre, immaginare che ci sia qualche motivo diverso dietro quel momento di impasse. Questo poiché, all’inizio del 1937, Giuseppe sembra forte come non mai.

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In quella prima parte di un’annata che poi si rivelerà tragica, infatti, il nativo di Savona è un ciclone. Prima conquista il Gran Premio di Cannes e poi domina la Milano-Torino. Dapprima in fuga da solo, fora ai piedi della salita di Cocconato. Deve cambiare il tubolare e molti sfruttano l’occasione per sopravanzarlo. Tuttavia, una volta risolto il problema, Giuseppe li riacciuffa tutti quanti e se li rileva di ruota.

Anche alla Parigi-Nizza, prima di fratturarsi il ginocchio, Martano dà sfoggio della sua forza erculea. Vince due frazioni consecutive e nonostante una cronosquadre corsa con due atleti di sodalizi avversari poiché i suoi compagni si erano tutti ritirati, è ancora in lizza per il successo finale quando finisce vittima del terribile incidente che lo segnerà per sempre.

Giuseppe torna a gareggiare al Tour de France di quella stessa stagione. Tuttavia, non è capace di esprimersi ai suoi livelli abituali. Anche nel biennio seguente, il nativo di Savona non riesce a trovare il colpo di pedale dei bei tempi andati. Ogni tanto sforna qualche bella prestazione in salita nelle tappe di montagna dei grandi giri, ma non è più in grado di lottare per le posizioni di vertice della graduatoria generale. Alla Grande Boucle del 1938, a ogni modo, dà un contributo importante alla causa di Gino Bartali, il quale conquista il suo primo successo in carriera in terra di Francia.

Antonin Magne. ©David Guénel, Twitter

Martano continua a correre anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma chiaramente i fasti della prima metà degli anni ’30 sono lontanissimi. A trentotto anni, nel 1948, Giuseppe appende la bici al chiodo. Da quel momento inizierà una nuova carriera come costruttore. A sessant’anni dal Tour de France che lo ha visto battagliare con Magne, nello specifico il 2 settembre 1994, Giuseppe Martano si spegne all’età di ottantaquattro anni.

Il suo palmarès, guardandolo con gli occhi di oggi, non gli rende chiaramente giustizia. Giuseppe non ha avuto una lunga carriera ad alti livelli, ma nelle sue stagioni migliori è stato capace di giocarsi il successo finale al Tour de France. Oltretutto, i suoi due trionfi nel Mondiale dei dilettanti, una categoria più nobile degli attuali Under 23 data la mancanza del limite di età, non vanno né dimenticati né sottostimati. Martano è stato un campione vero e merita di essere ricordato in quanto tale.

 

 

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